Libel Seva “UNA FAVOLA PER VINCERE LA PAURA DEL K”

Ci sono momenti in cui crollo.  Nella mia vita col tumore non sto sempre bene, non ho sempre voglia di scherzare. Ho bisogno di speranza, e questa me la può dare anche una favola.

So che è inevitabile, un K non è uno scherzo, ma mi colpisce come  questo crollo abbia caratteristiche strane. Perché non ho la sensazione di sprofondare nel tradizionale baratro buio di disperazione e paura.  La mia sensazione di crollo mi porta a sentirmi vulnerabile,  come se le pareti di casa cadessero e mi lasciassero vedere con chiarezza  i possibili scenari del mio futuro.

Succede quando, ad esempio, arriva l’ennesimo emocromo sballato, io che ho sempre avuto analisi perfette. Mentre leggo quegli striminziti valori del sangue,¬†i muri non esistono pi√Ļ e io mi sento in uno spazio aperto e desolato, esposta a grossi pericoli,¬† senza possibilit√† di difendermi.

Difficile ritrovare un equilibrio,  difficile persino di avere la voglia di ricrearlo.

In questi momenti, una favola pu√≤ riuscire a ridarmi¬†un po’ di sollievo, riportandomi in uno spazio quieto e ombreggiato.

Il¬†tumore ha un‚Äôirrazionalit√† di fondo: il corpo¬† lavora per tenerti in vita ma intanto lavora anche per il fine opposto. E’ una malattia strana e spaventosa anche per questo, credo.¬†Per questo, solo una favola pu√≤ centrare il bersaglio, quando si vive nell‚Äôassenza di logica.¬† Una favola ti pu√≤ raccontare qualsiasi cosa, anche prometterti un posto sicuro, anche se non ci sono pi√Ļ le mura di casa. Come, ad esempio, la mia favola del bosco ombreggiato:

‚ÄúMai nessuno ti porter√† via da questo bosco!‚ÄĚ
‚ÄúMa sei sicuro?‚ÄĚ
‚ÄúCerto, hai visto chi c’√® qui per proteggerti? Sono in troppi, non ce la farebbe nessuno a portarti via. C‚Äô√® l‚Äôorso giardiniere di vedetta, con il rastrello in mano e persino con qualche pianta carnivora. Lui far√† tutto perch√© tu gli hai regalato l‚Äôimpermeabile e il cappello e adesso non si bagna pi√Ļ quando ci sono le piogge torrenziali. Poi c‚Äô√® l‚Äôorso guardiano Bondo, che rende impossibile aprire un varco, √® arrivato da Valbondione proprio per tenere ferme le porte, √® la sua missione.”

Respiro di sollievo…

“E poi?
“E poi c‚Äô√® Ganesh, il dio elefante, che rimuove ogni ostacolo, guardalo come sorride sotto la proboscide. Accanto ha il suo amico Unicorno, e tra tutti e due di magie se ne intendono parecchio. Secondo me impediscono proprio¬† che qualcuno possa solo pensare di portarti via.”
‚ÄúQuindi nessuno mi porter√† via da questo bosco?‚ÄĚ
‚ÄúTe lo prometto‚ÄĚ
‚ÄúAllora posso stare tranquilla?‚ÄĚ
‚ÄúMa certo‚ÄĚ

Le mie favole nascono quasi per caso, piccole storie che permettono alla parte bambina della mia anima di tranquillizzarsi. Soprattutto se me le racconta la persona che pi√Ļ si prende cura di me.

Forse ascoltare una fiaba non √® poi tanto diverso dal meditare, √® un modo per riportarmi al raccoglimento dentro di me.¬†¬†Non abbiamo un pulsante che ci riporta allo stato di calma, soprattutto nei momenti in cui sappiamo che c’√® un fattore K che domina pesantemente nella mia vita.¬†¬†Ci vuole tempo e¬† lo spazio di un racconto √® quello giusto.

Solo una favola può farmi le promesse speciali di cui avrei bisogno.  La magia non si spiega e non si dimostra.  In questo modo, solo una fiaba può portarmi fuori dalla realtà, mostrandomi un altro punto di vista  che si chiama speranza.

L’et√† adulta¬†non ci fa credere alle favole, ma per un adulto spaventato √® diverso, ne ha un po’ bisogno per ripartire.¬†

 

Libel Seva: ONCOLOGICAMENTE GRAVE MA NON SERIA!

"Hai visto la luce?"
The Blues Brothers – 1980

Avere un tumore non vuol dire perdere la propria¬†identit√†, ed √® stato importante restare me stessa anche nella malattia. Soprattutto, ho voluto mantenere la mia consueta voglia di gioco e di ironia, come fosse una “luce” di benessere per me e per gli altri.

Nonostante tutto, non ho mai perso la voglia di scherzare, di ridere.¬† Amo l’autoironia e la leggerezza, cerco il gioco, e aggiungo che non mi dispiace l’umorismo un po’ nero.

La seguace dei Blues Brothers che √® in me non riesce a prendere troppo sul serio la mia vita (in questo caso neanche la mia morte!).¬†Potevo resistere a¬†dire che indossavo occhiali da sole scuri al Day Hospital perch√© c’erano troppi giornalisti? (in realt√† erano gli unici occhiali graduati che avevo in borsa).

Questa sono io. Così ero io prima del K, così sono ancora adesso. 

Perché il K non è la mia identità e  non la cambierà. Un tumore non  può definire me, semmai sono io che ho dato un ruolo al tumore, e gli ho trovato uno spazio nella mia vita. La vita prosegue per come sono io. E se le cose cambieranno, troverò il modo di farle cambiare rimanendo me stessa.

Ognuno di noi √® un mondo a s√©, e il tumore non ci appiattisce, non ci fa diventare niente di diverso. Semmai amplifica quello che siamo… e da qui l’importanza di essere e amare s√© stessi, di conoscersi ed esprimere la propria vera identit√†.¬† Necessariamente e in fretta, prima che accadano cose che equivalgono alla deflagrazione di una bomba dentro la propria vita.

Amo la serenità della meditazione anche perché riporta a galla la mia leggerezza. Nello spazio meditativo, nel respiro controllato, la presenza della malattia si ridimensiona e  quasi mi allena a cogliere quel (poco) che ci può essere di buono anche nel K, non fosse per avere la possibilità di aiutare qualcun altro.

Dove c’√® gioco e allegria, c’√® creativit√†, c’√® una luce diversa che permette di stare bene con me stessa e con gli altri. E c’√® anche la¬†compassione, la voglia di condividere il dolore per alleggerirlo agli altri.

Ho subito notato che concittadini di K-Land e medici restano un po’ interdetti davanti ai miei scherzi.¬† E’ una terra dove comprensibilmente √® molto difficile scherzare e farsi prendere dal gioco,¬† anche se l’invito arriva da una persona con un tumore addosso. Ho poi capito che¬† forse c‚Äô√® solo bisogno di tempo, poi arriva il sorriso e¬† magari la battuta in risposta. E questo spesso ha cambiato il clima attorno a me.

Insomma, pi√Ļ dimoro in K-Land pi√Ļ mi vengono idee su come fare per aiutare chi ci si trova. Forse √® questa la caratteristica di questo mondo. Perdi la certezza di vivere, o meglio scopri che non esiste la certezza di vivere. Ma capisci che c‚Äô√® la certezza della solidariet√†.

PS Ma adesso il dubbio √®: quando mi opereranno per il GIST, mi faranno anche una bella addominoplastica e magari un ritocchino al d√©collet√©? L’ho chiesto al chirurgo e mi ha guardata esterrefatto. Mio marito ha scosso la testa… ma so che a lui piaccio cos√¨!

 

Libel Seva “K: IL DOLORE DI CHI TI E’ VICINO”

solitarioIl mio tumore ha messo la persona che si prende cura di me, mio marito, nel ruolo di spettatore, passivo e privo di possibilità di agire. Una posizione che porta dolore e sofferenza, ma che spesso non viene riconosciuta dagli altri.

Fin dai primi accertamenti per il mio tumore addominale raro, ho avuto un’unica grande preoccupazione: mio marito.¬†

Da subito gli ho detto che lui stava peggio di me e ne sono tuttora convinta. Io ho la possibilit√† di essere accolta e curata, io posso avere un ruolo attivo con yoga e meditazione.¬† Io posso persino pensare di pacificarmi con l’idea di andare via.¬†

Invece, mi sono resa conto che mio marito avrebbe vissuto, vive e vivrà la mia malattia da una bruttissima prospettiva: quella del testimone, in totale passività. Come uno spettatore solitario, bloccato  in una posizione, seduto talmente a lungo da trovarsi i popcorn stantii e la Coca Cola sgasata.

L‚Äôimmagine dello spettatore non √® casuale. Mi ricorda quando l’ho visto seduto nelle varie sale d’attesa, dove io continuavo a muovermi e a ridere con le mie amiche in chat. Lui fermo e silenzioso, in un ambiente dove tutti sono fermi e silenziosi. In alcuni momenti credo abbiano scambiato lui per il paziente! E poi lo scontro col suo dolore¬†quando sono rientrata¬† dalla biopsia: io felice perch√© mi avevano fatto l‚Äôanestesia, perch√© era passata … e lui¬† stanco, col viso smunto e triste, dopo un giorno fermo su una sedia, in un day hospital pieno di malati gravi.

Da subito l’ho sentito piangere, disperarsi, ripetere che avevamo progetti, con l‚Äôanniversario di matrimonio festeggiato parlando con un chirurgo che lo informava sul mio ipotetico percorso di chemio e radio.

Soprattutto, mio marito √® stato in prima linea col resto del mondo. In fase iniziale, a lui √® toccato il compito di comunicare la mia situazione a un cerchia pi√Ļ allargata. Col paradosso che con me tutti erano un po’ timorosi, usavano pinze e delicatezze, temevano di disturbare, mi riservavano le coccole e le attenzioni. A lui, invece, riservavano commenti ignobili come ‚ÄúNon mi dovevi dare questa notizia, √® terribile, ci sto malissimo“, “Non¬†hanno ancora trovato la causa, possibile? Ma da chi andate?‚ÄĚ, e un terribile ‚ÄúAdesso che avete fatto la biopsia, si √® sgonfiata questa pancia?‚ÄĚ.

Il caso estremo sono prediche pietistiche come ‚ÄúDevi essere forte in questa dura prova, fallo per lei‚ÄĚ.¬† Fino ad anticipare tragici finali da film strappalacrime¬† “Una bella coppia come voi…. che cosa terribile..”, e il classico “Eravate cos√¨ felici… vi eravate trovati“. Una menzione d’onore andrebbe data alle proposte di santoni miracolosi¬† di varie religioni e culture.¬†

Da subito avrei voluto proteggere mio marito da questo mondo idiota e cieco.  Avrei voluto che ne comprendessero (e ne rispettassero) il dolore. Avrei voluto che gli chiedessero come stava lui, di cosa aveva bisogno, cosa potevano fare per lui. Avrei voluto che lo ascoltassero senza fare domande, cogliendo i suoi silenzi e il suo tono di voce.

A pensarci, avrei¬†anche voluto puntualizzare che non avevo nessuna intenzione di diventare la protagonista di “Love Story 2 – lacrime del terzo millennio”.¬† Eventualmente, mi sarei sentita pi√Ļ a mio agio nel ruolo di fata ignorante in un remake di Ozpetek.

Alla fine, √® esplosa la mia rabbia.¬† Nonostante l‚Äôaddome immenso e le ore di meditazione, ho intentato sfuriate ogni volta che qualcuno era indelicato con lui.¬† Con l’effetto che mio marito ha dovuto anche mettersi ad arginare le mie minacce, espresse da frasi come: “Dopo quello che TI ha detto,¬† SE MI ENTRA IN CASA LO COPRO DI INSULTI!“. Oppure, tentare di parlare con i miei urli in sottofondo: “PASSAMELA!! Ci parlo io, ma come si permette?”. Infine, decidere di farmi sparire il telefono: “Adesso LI CHIAMO IO e vediamo se hanno in coraggio di¬† proporre A ME il Santone mirabolico”.

In quei momenti¬† ho sperimentato una rabbia incontenibile, che mi stupiva, ma di cui solo ora capisco il significato e il valore. E’ stata una rabbia necessaria, perch√© ha avuto l’effetto di distrarre mio marito dalla disperazione.¬†Per affrontare le mie scenate, lui ha dovuto accantonare le sue lacrime e il suo dolore, e,¬†¬†ben infastidito, ha dovuto rimettere i piedi nel qui e ora, nel nostro quotidiano. Mi ha fermata parecchie volte per evitare incidenti diplomatici di vario livello (e qui si che ci sarebbe stata una bella trama di film!).¬†Per la cronaca, alla fine mi ha consentito solo qualche messaggino, persino diplomatico.

Ho capito che la cura funzionava grazie al suo sorriso che piano piano ritornava… e le nostre discussioni che riprendevano temi classici coniugali come le mille tazze che spargo per casa. Per poi lasciare solo la voglia di vivere al meglio il nostro quotidiano. K esiste, ma non governa! 

Libel Seva “GIST, IL MIO TUMORE RARO”

jack in the box

L’esito della biopsia rivela che la mia massa √® un tumore raro gastro-intestinale, , della famiglia dei Sarcomi, chiamato GIST. Prendo le prime informazioni, poi decido di concentrarmi su di me.¬† E’ cambiato tutto, ho una nuova identit√† da scoprire. La meditazione diventa parte della mia cura.

Come un pagliaccio grottesco che salta fuori dalla scatola, arriva il mio verdetto con una telefonata improvvisa. La biopsia ha deliberato che la massa di 30 cm dentro di me è un GIST, descritto in sintesi come un tumore gastrointestinale raro.  I dettagli  (e la terapia!) mi verranno dati alla prima convocazione oncologica, di li a pochi giorni.

Respiro, chiudo gli occhi, c’√® un pagliaccio dallo sguardo beffardo che, sovrastandomi, mi da¬†¬†ufficialmente il benvenuto: sono diventata un’abitante di K-land.¬†

Poi ripenso al verdetto e mi chiedo “Ma che K…. √® un GIST?”.¬†¬†

Un amico medico, compagno di lunghi allenamenti da maratona, si offre per  cercare informazioni dettagliate.  Dopo poco, mi invia il link al sito di una marca sportiva italiana che, ironia della sorte, ha proprio il nome della mia diagnosi. Mi conosce bene, e sa che la shopping therapy in questi casi è fondamentale!

Per sapere qualcosa subito¬† sono¬† costretta a interpellare il Dr Google (anche se sarei assolutamente contraria ai consulti medici con motori di ricerca).¬† Provo a muovermi in modo metodico: cerco¬†delle linee guida autorevoli, arrivo al sito dell’Associazione Italiana Oncologia Medica¬† e scorro rapidamente un ricco PDF dove si parla di anche GIST.¬† Cerco informazioni¬† “dalla parte del paziente”, e ¬†trovo l‚ÄôAssociazione Italiana Gist onlus¬†, che offre un sito chiaro e ricco, con video ben esaustivi.

In poco tempo riesco a darmi le due  risposte di cui ho bisogno in questo momento:

  1. Ma allora cosa ho? Cara Libel, hai un¬† Gastro Intestinal Stromal Tumor, tumore della parete dell’apparato gastro intestinale.¬† A quel che ho capito, forma una massa che invade l’addome ma resta estranea agli organi. Ecco spiegata quella presenza di 30 cm con ciambella attorno all’addome,¬† ed ecco spiegate le mie analisi perfette.
  2. Ma si può fare qualcosa?  Si, incredibilmente si! Esiste una chemioterapia orale  specifica per ridurre la massa quando è troppo grande  prima di rimuoverla chirurgicamente.

Sospiro di sollievo, sorrido, lo scenario √® cambiato di botto. Il fattore¬† K √® conclamato, ma almeno c’√® qualche possibilit√† di darsi da fare.¬† Tutto sommato, quel pagliaccio sembra avere portato anche qualche buona notizia….

Chiudo il tablet. In questo momento iniziale, non voglio sapere altro.¬† Non so cosa altro ci sia da cercare, √® gi√† abbastanza duro¬† dover digerire la notizia della K…

Da pochissimo sono entrata in una nuova terra, e già mi sento letteralmente estranea a quello che sono, o meglio, a quello che ero. Guardo le foto delle mie gare, quella con mio marito alla Capanna Margherita, guardo le foto con mio figlio piccolo, ma non mi riconosco.

Devo ritrovarmi.  Penso che è il momento di mettermi a studiare ME STESSA, è  ora di iniziare a conoscere la nuova Libel Seva, quindi voglio:

… osservare con quali pensieri mi sveglio e mi addormento
… scoprire cosa ho voglia di fare e dire
… capire con chi ho voglia di stare
… trovare i miei ritmi nuovi
… fare tutto quello che mi da benessere
… vedere come reagisce il mio corpo alla cura e alla malattia

Soprattutto, voglio pensare al futuro prossimo.  

Per scoprire tutto questo, non ho bisogno di parlare con nessuno: la massima esperta sono io. Devo navigare dentro di me, devo ascoltarmi.¬† La meditazione √® parte della mia cura, √® l’unico modo di ritrovare me stessa.¬†¬†Il mantra di guarigione RA MA DA SA sar√† il mio motore di ricerca.¬†

 

 

 

Libel Seva “COME UNA BOMBA K”

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L’enigma della massa invadente di 30 cm apparsa improvvisamente nel mio addome non si chiarisce neanche con la TAC, ci vuole la biopsia. Sono sotto l’effetto di una bomba K! Intanto la meditazione continua a sostenermi con un mantra di guarigione.

Adesso il¬†clima √® cambiato,¬†non si programma una biopsia per niente.¬† La lettera K viene conclamata nei nostri discorsi , anche se io¬†non la uso ma parlo della “mia bomba nucleare”, perch√© mi ha distrutto tutto nel giro di poche settimane.

Persa la massa muscolare, stando ferma a letto sono restate solo ossa visibili e pelle cadente. Persa la pratica yoga quotidiana e l’attività fisica, la corsa, la montagna. Persi i progetti, i viaggi, persi i luoghi dove insegnavo yoga. Persa la mia energia.

Persi i miei valori, la cosa pi√Ļ dolorosa: perch√©, ad esempio, non posso pi√Ļ essere l‚Äôambientalista che usa solo mezzi pubblici e bici pieghevole, la massa addominale mi obbliga a spostarmi solo in auto,¬† anche per brevissimi tragitti.

Persi gli abiti, che non mi entrano pi√Ļ per l‚Äôaddome immenso. Indosso le magliette di mio figlio gigante, e quasi mi sembra di stare nel suo abbraccio. Per le poche uscite, mi viene in soccorso la mia fashionista, l’amica che conosce i miei gusti, portandomi una borsona di ponchos e mantelline chic incredibilmente colorate, lei che vive in total black.

Inutile dire che, in questa fase, sembra anche persa la vita. Mi è stato ufficiosamente ipotizzato un percorso chemio/radio/operazione/chemio/radio.. Ma con una massa (atomica) di 30 cm nella pancia non c’è molto da sperare. 

Cambia la musica anche nella meditazione: inizio un mantra di guarigione per ore e ore, da sempre uno dei miei preferiti. RA MA DA SA, SA SE SO HUNG (sole terra luna infinito, infinito io sono te), con¬† i gomiti poggiati ai fianchi e le mani aperte, per ricevere. Lo vibro pensandomi rigenerata, sentendomi parte di qualcosa pi√Ļ grande di me, in un flusso che accetto anche se non ne so la direzione. E anche se mi sembra simile al vento che segue l’esplosione nucleare.

Vado alla biopsia con questo senso di rigenerazione, e anche stavolta finiscono con distrarmi le mie pazze paure irrazionali. Comincio a chiedere ansiosa se mi faranno l‚Äôanestesia, e sono anche insistente: Prevista l’anestesia? Sicuri? Davvero? Se portassi io una fiala di anestetico? Chiamo un amico veterinario, anche se a uso animale va bene, vi firmo uno scarico di responsabilit√†! Insomma, sono pronta a fare un chiasso tale che credo finirebbero col darmi una botta in testa con una padella pur di non sentirmi. L‚Äôinfermiera mi guarda perplessa..

Scopro che la mia biopsia √® alle 16.00, sono a digiuno dalla sera prima e verso le 12.00 dichiaro che STO MORENDO DI FAME!!! Imploro di avere qualcosa, almeno un sorso d’acqua ma niente… Arriva il mio turno, l‚Äôanestesia c‚Äô√® e la biopsia mi sembra una passeggiata – anche se il mio mantra continuo a cantarlo quasi a squarciagola. Il taxi (sedia a rotelle) mi riporta al reparto e ho gi√†, metaforicamente, il tovagliolo attorno al collo! MA ci sono ancora due ore di attesa per un emocromo di controllo‚Ķ. non ce la posso fare. Alle 19 mi sdoganano il cibo, e finisco col fare, di fila, una merenda doppia, la cena ospedaliera, e¬† per concludere, una cenetta col maritino al nostro giapponese preferito!

Perché è vero che il fattore k è qui, presente e incombente, e la mia bomba k può esplodere. Ma intanto io ci sono, sono qui, ho ancora fame e una zuppa di miso non me la toglie nessuno! (..continua)

Libel Seva “LA LUNA, IL MISTERO E LA TAC”

Dopo la scoperta di¬†¬†una massa invadente¬†¬†nel mio addome,¬† arriva la necessaria¬† TAC per capirne l’origine. In poche settimane mi sono trovata bloccata a letto per un’immensa ciambella attorno alla vita. Nonostante tutto fisicamente sto bene,¬† anche¬† se il mio equilibrio inizia risentirne. Yoga e Meditazione diventano, quindi, sempre pi√Ļ necessari.

E’ la notte prima della TAC, verso le tre mi sveglio per una luce forte negli occhi.¬†C’√® un plenilunio incredibile,¬†che rende lo spazio irreale e cambia i colori.¬† E’ una luna piena dal colore rosato, trasmette¬†¬†uno strano miscuglio di inquietudine e serenit√†, e, tutto sommato, descrive bene la dimensione irreale in cui mi trovo da quando tutto ruota attorno a questa massa. Resto sveglia, mi dedico alla meditazione, leggo e scrivo con questa luce speciale, fino a quando non arriva l’alba, e quindi il momento di andare in ospedale.

In realt√†, non ho mai fatto una TAC, quindi ho¬†il terrore degli effetti del liquido contrasto. Lo immagino come una sorta di tortura dove mi iniettano qualcosa che mi far√† stare male, con nausea, dolore, fuoco nelle vene, aiuto! La TAC invece, con mia sorpresa, passa tranquilla… Anche perch√© ho letteralmente cantato per tutto il tempo un mantra di protezione del Kundalini Yoga, il¬†¬†Mangala Charan, per essere sostenuta da una saggezza universale, pi√Ļ grande di ogni mia paura.

Ma il risultato non cambia. I famosi 30 cm¬† (Rocco Siffredi, ti√®!) sono confermati,¬† continua a non vedersi l‚Äôorgano da cui origina la massa, e non si capisce altro. E’ un mistero che¬† sembra sempre pi√Ļ preoccupante. Prossimo passo, la biopsia.

Pochi giorni d’attesa, e intanto, con nonchalance, le persone attorno¬† mi chiedono come sto, mi mandano regali, messaggi e coccole. Il Fattore K √® gi√† balenato nelle loro menti e mi stanno monitorando per coglierne le possibili manifestazioni.¬†Anche se domina una certa perplessit√†¬†perch√©,¬†nonostante la massa immensa mi blocca al letto, c’√® anche il mistero del mio quadro clinico inspiegabilmente ottimo. Infatti:

  • Il mio organismo continua a funzionare normalmente. La riprova sono delle¬†perfette¬†analisi del sangue, il vero enigma. Sono talmente buone che un medico dir√† ‚ÄúMa sono migliori delle mie!‚ÄĚ.
  • Una bella fame da lupo.¬†Arrivano provvidenziali¬† le mie abruzzesi¬† fuorisede con¬† (rispettivamente) una teglia di lasagne e uno strudel pescarese; le mie vicine con marmellate e pancakes; la mia amica amorevole con crostata gourmet, succhi bio, semi oleosi (e begonia!)
  • Tanta energia per la vita sociale, con brunch domenicali e t√© pomeridiani, lunghe chiacchierate al telefono con le amiche lontane,¬† mail e chat. Sembra quasi che stia in vacanza!

Scherzando, attribuisco questo¬† mistero alla mia tempra di runner: forse il sistema corpo-mente ha letto lo scombussolamento da massa come qualcosa di non diverso dallo scombussolamento dell’allenamento da maratona?¬†

In realt√†, dentro di me, c’√® l‘inquietudine della luna piena perch√© il senso del mistero¬† inizia a minare il mio equilibrio.¬† Mi tengo stabile con quelle tre ore distribuite durante giorno in cui chiudo gli occhi per meditare e praticare yoga, che, nel mio caso, vuol dire semplicemente stare nella posizione di rilassamento, Shavasana. Il nome significa “cadavere” ma, in via superstiziosa, uso sempre il nome in sanscrito. Metto il corpo in relax, soprattutto con Shavasana Restorative sul fianco, sostenendo gambe e petto con i cuscini. Piano piano la mente si ferma, finisco in uno spazio vuoto e rassicurante, caldo e piacevole, che mi porta attraverso i giorni e l’attesa.

Sul diario di quei momenti ho scritto che “abito Shavasana”, uno spazio sicuro dove la massa sa di non avere potere (..continua)

Libel Seva “UNA MASSA INVADENTE”

Una massa inquietante

Come ci si sente quando, in sole due settimane, il proprio corpo si deforma e l’ecografia rivela la presenza di una massa immensa nell’addome? In attesa della TAC chiarificatrice, ho scelto la serenit√† dello yoga e della meditazione.

Tutto inizia ad Aprile, con l’avvicinamento al mio compleanno. Stavolta mancano 26 mesi a quota “60 anni con soddisfazione”. Ho sempre curato la mia alimentazione, il mio stile di vita, le mie scelte. Sono passata per traumi, malattie, stress e situazioni complicate, ma yoga e sport mi hanno ben aiutato a uscirne fuori. Mi sento in gran forma: taglia 38, pancia piatta, tono muscolare ottimo, e capelli rigorosamente bianchi,¬† perch√© non voglio sembrare niente di diverso da quello che sono!

Per√≤, c’√® qualcosa che stona. Improvvisamente, noto una pancetta, strana, dura e compatta, che non mi permette neanche di fare le posizioni yoga e sembra crescere a vista d’occhio. Elaboro qualche ipotesi psicosomatico-esistenziale fin quando arriva la richiesta dell‚Äôomeopata di fare accertamenti.

Sto bene, sono in forma, so che non può essere nulla di serio. Vado a fare l’ecografia tranquilla.

Esco dalla stanza dell‚Äôecografia non pi√Ļ tranquilla, come mi segnala il mio respiro concitato. Con fare easy comunico a mio marito N√¨el l‚Äôesito: nel mio addome hanno trovato 30 cm di ‚Äúqualcosa‚ÄĚ. Non si comprende cosa sia, non se ne vede l’origine, √® stato definito ‚Äúuna tumefazione‚ÄĚ. Per avere chiarezza, mi faranno una TAC con contrasto di l√¨ a 10 giorni.

Cerco di tenere un ritmo di respiro lento per restare calma e sorrido con fiducia. Avere 33 anni di yoga sulle spalle sar√† servito a qualcosa! Soprattutto, faccio qualche azione importante. Come parlare con l‚Äôangelo demiurgo di questa storia, la mia dottoressa. Una donna piena di forza e sorriso, dallo sguardo vivo e presente, che dichiara “Voglio tenere i miei pazienti nel cuore e non nella mente”. Una donna che riempie la stanza con la sua energia e ha una voce in grado di placare ansia e dubbio.

Ma, davanti alla mia ecografia, il mio angelo impallidisce, cambia tono di voce, il viso diventa serio e ribadisce che va fatta una TAC. Mi saluta ritrovando la sua voce e il suo sorriso, e mi dice ‚ÄúNe ho visti tanti cos√¨, e ne sono usciti‚ÄĚ. Questa sua frase mi fa parecchio piacere.

Disdico gli impegni di lavoro, e mi rifugio nella presenza di pochissime persone che, per un paio di mesi, saranno le mie uniche figure di riferimento. Ho solo bisogno di raccoglimento, serenit√† e allegria. Anche perch√© intanto la “massa” continua a lievitare, arrivando a consegnarmi 34 cm in pi√Ļ di giro vita in due settimane. Una ciambella soda, che pesa sulla schiena, blocca il diaframma e mi obbliga a stare sempre sdraiata.

Posso solo dedicarmi alla meditazione, che riempie tante ore di quei 10 giorni di attesa della TAC. Ho sempre pensato che lo yoga fosse quello che c’√® fuori dal tappetino, e adesso ho un’ottima occasione per metterlo in pratica.¬†

Le persone attorno mi chiedono come faccio a non preoccuparmi…¬†Sono “yogica” ma non stupida, e so che questi rischiano di essere ultimi momenti di pura serenit√† nella mia vita. Voglio godermeli tutti! (…continua)