Vally ‚ÄúLADY ZOMBIE‚ÄĚ

 


Dove sono? Che cosa √® successo? Lo specchio impietoso rimanda l‚Äô occhiaia viola mortaccina come ricordo del giorno precedente¬†Mi ci vuole qualche secondo per orientarmi nello spazio-tempo. La ¬†centrifuga ¬†della lavatrice ¬†mi avrebbe lasciato molto meno stropicciata e disorientata di tredici ore di sonno chimico: forse ho alzato un p√≤ il gomito con le benzodiazepine, ma questa volta avevo una buona scusa. ¬†Potrei essere di diritto la coprotagonista di un B-movie tipo‚Äú Lady Zombie contro Maciste‚ÄĚ. ¬†Guardo il super cerottone chirurgico fare capolino dalla scollatura e mi soffermo sul fatto che l√¨ sotto c’√® ben pi√Ļ che una ferita: c‚Äô√® la mia ipoteca sul futuro. In fin dei conti √® andata bene visto che, sguardo allucinato a¬†parte, le ¬†mie condizioni generali sono buone e non ho gran dolore postoperatorio.

Anzi, proprio nessun dolore.

Dubbio.

Mi avranno realmente alleggerito di una pizza di carne o sono su ‚ÄúScherzi a parte‚ÄĚ? Un‚Äô immagine ¬†attraversa la ¬†mia mente : rivedo er mejio bisturi d‚Äô Italia che dice: ‚Äúquesta mano po‚Äô esse f√®ro o po‚Äô esse piuma: oggi √® stata piuma..!‚ÄĚ

Mi viene da ridere, e tacitamente ringrazio lui ed il serissimo dermatologo di avermi salvato la vita.

A ben pensarci, l’ ho sfangata per puro ‚Äú fattore Kulo‚ÄĚ ( o Kaso, se siete dei signori).

Ho la sensazione di chi, cadendo dal quarantesimo piano di un¬†grattacielo¬† non si √® sfrittellato al suolo perch√© atterrato su un camion di materassi che passava per caso l√† sotto.¬†Ora che sono sopravvissuta alla fase taglia-e-cuci-e-ritaglia-e-ricuci, sono consapevole di iniziare la fase pi√Ļ dura: il ‚Äúdopo‚ÄĚ. Mi guardo ¬†allo specchio e, vi giuro, non mi riconosco pi√Ļ: √® come se il melanoma mi¬†avesse¬†rimpastato¬†i lineamenti. ¬†E sono altrettanto certa che il mondo si accorger√† ben presto della mia metamorfosi.

‚ÄúBeh, e cosa racconto a tutti quelli che incontro?‚ÄĚ Mi domando, un filo preoccupata.

Decido per la verit√†: non ha senso nascondersi, non mi appartiene. Purtroppo sono cresciuta a pane e altrui bugie, finendo per diventare allergica ad entrambe. Il sale della verit√† brucer√† pure sulle ferite ma non sar√† mai peggio che marcirle nella menzogna. Decido di utilizzare questa ¬†irripetibile¬†congiuntura astrale¬†per dare vita al pi√Ļ ampio esperimento socio-zoologico che io ricordi: da come gli altri si comporteranno una volta ricevuta la notizia, capir√≤ a quale vera specie appartengono. E qui scopro che per tutta la vita ho vissuto senza accorgermene in un grande acquario, pieno di molteplici forme di vita, di seguito elencate.

-I totani: ti guardano basiti e NON capiscono cosa sia un melanoma, cosa comporti, cosa hai fatto. Ovviamente tutto questo dopo averglielo spiegato sei o sette volte in altrettanti modi diversi.

-I pesci volanti: alla notizia saltano via spaventati.

-I merluzzi: ¬†indubbiamente la razza pi√Ļ rappresentata. Leggermente pi√Ļ intelligenti dei totani, capiscono cosa sia un melanoma ma con gli occhi tondi propri della specie ti domandano ‚Äú.. e adesso che fai?..‚ÄĚ (Vi meritate di finire surgelati).

-I pesci pagliaccio: di gran lunga i miei preferiti, sfanculano la mala sorte e si preoccupano solo di farmi morire.. Dal ridere, però!

-Gli squali: si sono presentati appena sentito l‚Äô odore del sangue ed altrettanto rapidamente si sono dileguati avendo capito che non c‚Äô era (pi√Ļ) niente ¬†da spolpare.

-I pesci palla: ti fanno sempre la stessa identica considerazione velenosa come la loro carne: ‚Äúcerto che sei fortunata a poterne parlare‚ÄĚ ¬†. Dovrei rispondere: ‚Äúma che palle, permetti che mi gratto?‚ÄĚ

-I pesci martello: ogni volta che ti vedono ti chiedono se hai finalmente ¬†chiamato quel loro amico/parente/amante che √® un bravissimo medico/santone/cassamortaro e ‚Äúfammisapere‚ÄĚ ha pi√Ļ il suono di una minaccia che altro.

-Il pesce imperatore: raro quanto urticante. ‚ÄúAccidenti..ma sono stati bravissimi a fare questo taglio! A che punto sei con la cicatrizzazione? Non hai dolore, eh? Io posso capirti: pensa che all‚Äô et√† di otto anni mi sono fatto lo stesso taglio scivolando su una cozza ¬†sulla spiaggia di Ostia!‚ÄĚ Risposta doverosa:‚ÄĚlevami dalle mani la fiocina, o ti ricamo i miei ventisei punti sulla livrea e stiamo veramente pari.

-Il pesce angelo: chiunque abbia avuto il coraggio di offrirmi il migliore degli aiuti che potesse materialmente  darmi.

Ma in fin dei conti il pesce pi√Ļ caratteristico di questo acquario sono io: quello che √® rimasto all‚Äô amo di una storia che non poteva prevedere, caduto dalla padella della malattia alla brace di in incognito destino.

Ora posso solo pregare di non finire troppo presto sott’ olio (santo).

(continua)

Vally: ‚ÄúL’ANIMALE FERITO SONO IO‚ÄĚ

Avevo chiuso la mia storia con Rob circa sei mesi prima che la mia pelle diventasse il registro delle firme del ‚Äúmeglio bisturi d‚Äô Italia‚ÄĚ e del serissimo dermatologo. Ero in un certo senso quasi sollevata: Rob non avrebbe retto a questa onda di distruzione, al vedermi trasformata nella sorella minore di Frankestein. Occuparmi ¬†anche e soprattutto di lui avrebbe richiesto superpoteri nel momento in cui mi sentivo una tonnellata di criptonite nello stomaco. Lo spettacolo di un uomo che assiste inerme al tuo can can di operazioni, visite, accertamenti fa quasi pi√Ļ male delle ferite che ti porti dentro e fuori.

Avevo il cuore a pezzi ¬†e non sapevo pi√Ļ nemmeno per cosa.

‚ÄúLasciato: salvato…‚ÄĚ me lo ripetevo per convincermi, immaginandomelo ¬†come un protagonista di quelle storie un cui perdi l’ aereo per New York ed √® l’ undici settembre. Ho sempre amato tantissimo la solitudine e mai come in quel momento avevo bisogno di quel vuoto pneumatico capace di ovattare ¬†la cupa onnipresenza del melanoma nelle mie giornate, in cui anche un ‚Äúcome stai?‚ÄĚ diventava automaticamente ‚Äúper quanto ¬†ci starai ancora ?‚ÄĚ

E poi è arrivato lui, anzi: Leo.

Il mio alter ego: poco affettuoso ma a suo modo affettivo, forte e solido, con un coraggio enorme. A lui devo i pochi veri  barlumi di serenità di quei mesi.

Il giorno del secondo intervento me lo ritrovo inaspettatamente  dietro la porta da cui esco fasciata come una mummia 2.0.

‚Äú√ą andato tutto bene, Leo‚ÄĚ dico.

‚ÄúTi riporto a casa‚ÄĚ fa lui, sbirciando discretamente per farsi un‚Äô idea di quanta carne mi abbiano lasciata nella zona operata.

‚Äú no, tranquillo, posso guidare, tutto sotto controllo..‚ÄĚ Mentre sparo la balla dell’ anno sfoggio un sereno sorriso alimentato in verit√† dai residui della narcosi; se non fossi retinata come roll√® di carne dubiterei anch’ io di aver vinto un elegante ricamino fatto col filo di sutura, lungo come la mia clavicola.

A svegliarmi definitivamente ci pensano gli assegni che abbandono in clinica. Mentre li compilavo avrei dovuto dire ” ..e per la carne che vi ho lasciato mi dovete tot euro”. Devo assolutamente ricordarmelo al prossimo giro!

Dio benedica il cambio automatico della mia super intelligentissima macchina, che mi consente di guidare con il solo braccio sinistro per sessanta km, fino alla mia tana sul lago. Ho un disperato bisogno di sparire.

Raggiungo finalmente il cancello di casa. Nei fari biancheggia la sagoma di Saturno, il mio pastore maremmano xxxl, l’¬†unico maschio della terra¬†che ha avuto l’¬†autorizzazione ¬†a vivere in casa a tempo indeterminato.

Sessanta chili di muscoli e zanne si domandano cosa mi sia accaduto e ¬†delicatamente snasandomi, mi osservano preoccupati: i ¬†pastori maremmani sono cani tutto arrosto e niente fumo. Non ti riporteranno mai la pallina nemmeno nel giorno della tua morte, ma di fronte ad un animale ferito da difendere, arrivano a farsi uccidere.¬†Mi accorgo che la ciotola di cibo e di acqua lasciate al mattino sono ancora intatte. Saturno √® sempre stato un cane ‚Äútelepatico‚ÄĚ, ma per questa storia ci vorrebbe un blog a parte.

La sua mega ¬†coda ¬†non si agita ¬†festosa come da contratto, ma rimane sospesa a mezza aria, esattamente come me, incuneata tra la vita che conoscevo e quella che devo affrontare al di fuori di ogni previsione. onno rigorosamente superchimico. Raggiungo il letto, dove con un triplo axel mi sdraio evitando di tirare i punti della ferita. Nell‚Äô oscurit√† sento il tic-tic delle unghie canine sempre pi√Ļ vicino a me. Fregandosene bellamente ¬†del sommo divieto di ronfare sul mio letto, Saturno sale, si acciambella e star√† l√† finch√© non mi alzer√≤ l‚Äôindomani.

L’ animale ferito da difendere, questa sera sono io.

(continua)

Libel Seva “GIST, IL MIO TUMORE RARO”

jack in the box

L’esito della biopsia rivela che la mia massa √® un tumore raro gastro-intestinale, , della famiglia dei Sarcomi, chiamato GIST. Prendo le prime informazioni, poi decido di concentrarmi su di me.¬† E’ cambiato tutto, ho una nuova identit√† da scoprire. La meditazione diventa parte della mia cura.

Come un pagliaccio grottesco che salta fuori dalla scatola, arriva il mio verdetto con una telefonata improvvisa. La biopsia ha deliberato che la massa di 30 cm dentro di me è un GIST, descritto in sintesi come un tumore gastrointestinale raro.  I dettagli  (e la terapia!) mi verranno dati alla prima convocazione oncologica, di li a pochi giorni.

Respiro, chiudo gli occhi, c’√® un pagliaccio dallo sguardo beffardo che, sovrastandomi, mi da¬†¬†ufficialmente il benvenuto: sono diventata un’abitante di K-land.¬†

Poi ripenso al verdetto e mi chiedo “Ma che K…. √® un GIST?”.¬†¬†

Un amico medico, compagno di lunghi allenamenti da maratona, si offre per  cercare informazioni dettagliate.  Dopo poco, mi invia il link al sito di una marca sportiva italiana che, ironia della sorte, ha proprio il nome della mia diagnosi. Mi conosce bene, e sa che la shopping therapy in questi casi è fondamentale!

Per sapere qualcosa subito¬† sono¬† costretta a interpellare il Dr Google (anche se sarei assolutamente contraria ai consulti medici con motori di ricerca).¬† Provo a muovermi in modo metodico: cerco¬†delle linee guida autorevoli, arrivo al sito dell’Associazione Italiana Oncologia Medica¬† e scorro rapidamente un ricco PDF dove si parla di anche GIST.¬† Cerco informazioni¬† “dalla parte del paziente”, e ¬†trovo l‚ÄôAssociazione Italiana Gist onlus¬†, che offre un sito chiaro e ricco, con video ben esaustivi.

In poco tempo riesco a darmi le due  risposte di cui ho bisogno in questo momento:

  1. Ma allora cosa ho? Cara Libel, hai un¬† Gastro Intestinal Stromal Tumor, tumore della parete dell’apparato gastro intestinale.¬† A quel che ho capito, forma una massa che invade l’addome ma resta estranea agli organi. Ecco spiegata quella presenza di 30 cm con ciambella attorno all’addome,¬† ed ecco spiegate le mie analisi perfette.
  2. Ma si può fare qualcosa?  Si, incredibilmente si! Esiste una chemioterapia orale  specifica per ridurre la massa quando è troppo grande  prima di rimuoverla chirurgicamente.

Sospiro di sollievo, sorrido, lo scenario √® cambiato di botto. Il fattore¬† K √® conclamato, ma almeno c’√® qualche possibilit√† di darsi da fare.¬† Tutto sommato, quel pagliaccio sembra avere portato anche qualche buona notizia….

Chiudo il tablet. In questo momento iniziale, non voglio sapere altro.¬† Non so cosa altro ci sia da cercare, √® gi√† abbastanza duro¬† dover digerire la notizia della K…

Da pochissimo sono entrata in una nuova terra, e già mi sento letteralmente estranea a quello che sono, o meglio, a quello che ero. Guardo le foto delle mie gare, quella con mio marito alla Capanna Margherita, guardo le foto con mio figlio piccolo, ma non mi riconosco.

Devo ritrovarmi.  Penso che è il momento di mettermi a studiare ME STESSA, è  ora di iniziare a conoscere la nuova Libel Seva, quindi voglio:

… osservare con quali pensieri mi sveglio e mi addormento
… scoprire cosa ho voglia di fare e dire
… capire con chi ho voglia di stare
… trovare i miei ritmi nuovi
… fare tutto quello che mi da benessere
… vedere come reagisce il mio corpo alla cura e alla malattia

Soprattutto, voglio pensare al futuro prossimo.  

Per scoprire tutto questo, non ho bisogno di parlare con nessuno: la massima esperta sono io. Devo navigare dentro di me, devo ascoltarmi.¬† La meditazione √® parte della mia cura, √® l’unico modo di ritrovare me stessa.¬†¬†Il mantra di guarigione RA MA DA SA sar√† il mio motore di ricerca.¬†

 

 

 

Vally ‚ÄúIL VERDETTO SULLA PELLE‚ÄĚ

Mi hanno appena operato. Intravedo il mio neo sul fondo della provetta per l’ esame istologico ed ho la netta sensazione che, da adesso in poi, le rotte della mia vita dovranno orientarsi secondo una nuova rosa dei venti. Non pi√Ļ quattro punti cardinali, ma uno solo, punto unico Kardinale, ovvero il Fattore K: da qui transiter√≤ per le mille strade che mi indicher√† , senza poterne eludere mai nessuna; un immeritato ¬†ponte levatoio inesorabilmente sollevatosi alle spalle, che mi lascer√† impotente sull‚Äô altra riva del fossato. Mi sento come una farfalla che, finita sul fondo di una bottiglia, sbatte spaventata contro il vetro nella speranza di poterne uscire: ma dal regno di Fattore K non si torna pi√Ļ indietro, anche se si ha l’onore di poterlo raccontare, come nel mio fortunato caso.

Cinque giorni dopo l’ intervento sono già tornata al posto di combattimento ( fa anche rima!).

Guido per andare ad una riunione, ¬†quando l’abbaio del mio cellulare echeggia nell‚Äô abitacolo della mia super intelligente ¬†macchina che risponde per me.

Il viva voce diffonde le parole del serissimo dermatologo.

‚ÄúMelanoma‚ÄĚ.

Pausa.

‚ÄúMe lo aspettavo‚ÄĚ rispondo, senza provare il bench√® minimo stupore di fronte alla parola pi√Ļ importante della mia vita.

‚ÄúDobbiamo programmare un secondo intervento, per fare una pulitura radicale nella zona in cui abbiamo gi√† levato il neo, questa volta per√≤ non sar√≤ io ad operare‚ÄĚ mi avverte.

‚ÄúVoglio il miglior bisturi d‚ÄôItalia‚ÄĚ ¬†ascolto la mia voce che non √® pi√Ļ la mia.

‚ÄúLo avr√†.‚ÄĚ

Chiudo la telefonata ed accosto la macchina.

Guardo fuori dal finestrino, mi accorgo solo allora di che colore sia il cielo. Le nubi sono alte e luminose.

Le tante macchine che mi sfrecciano accanto non sapranno mai cosa é appena accaduto in quella  ferma nella corsia di emergenza. Poggio la testa contro il vetro e per un attimo, il primo della mia vita in diciassette anni di lavoro, gli impegni dei prossimi centoventi minuti non sono una priorità vitale.

‚Äú..Meno male che non ho figli..‚ÄĚ la mia prima riflessione ¬†ufficialmente giunta nel regno di K. La vocazione alla maternit√† ¬†mi alletta meno di un autovelox dietro una curva, eppure questa √® la prima minchiata che mi viene in mente.

Che buffo, non so quanto tempo ho prima di trasformarmi in concime da orto e penso alla fortuna di non lasciare nessuno in difficoltà per la mia ipotetica  dipartita anticipata .

Che buffo, una vita in mezzo alle medicine e mi faccio venire un tumore per il quale farmaci e radioterapia sono una probabilità, non una certezza .

Non è un caso, forse.

Riaccendo il motore. Non voglio fare tardi alla riunione, nemmeno oggi.

Mi asciugo gli occhi, e guardandomi nello specchietto mi sembro la sorella povera del cantante dei Kiss, per quanto rimmel sia scolato insieme alle lacrime sulla pelle del viso.

Già… sulla pelle, quel foglio le cui pieghe stanno raccontando una vita e sul quale ho visto scritto a tradimento il mio verdetto.

(Continua)

(per fortuna…)

Libel Seva “COME UNA BOMBA K”

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L’enigma della massa invadente di 30 cm apparsa improvvisamente nel mio addome non si chiarisce neanche con la TAC, ci vuole la biopsia. Sono sotto l’effetto di una bomba K! Intanto la meditazione continua a sostenermi con un mantra di guarigione.

Adesso il¬†clima √® cambiato,¬†non si programma una biopsia per niente.¬† La lettera K viene conclamata nei nostri discorsi , anche se io¬†non la uso ma parlo della “mia bomba nucleare”, perch√© mi ha distrutto tutto nel giro di poche settimane.

Persa la massa muscolare, stando ferma a letto sono restate solo ossa visibili e pelle cadente. Persa la pratica yoga quotidiana e l’attività fisica, la corsa, la montagna. Persi i progetti, i viaggi, persi i luoghi dove insegnavo yoga. Persa la mia energia.

Persi i miei valori, la cosa pi√Ļ dolorosa: perch√©, ad esempio, non posso pi√Ļ essere l‚Äôambientalista che usa solo mezzi pubblici e bici pieghevole, la massa addominale mi obbliga a spostarmi solo in auto,¬† anche per brevissimi tragitti.

Persi gli abiti, che non mi entrano pi√Ļ per l‚Äôaddome immenso. Indosso le magliette di mio figlio gigante, e quasi mi sembra di stare nel suo abbraccio. Per le poche uscite, mi viene in soccorso la mia fashionista, l’amica che conosce i miei gusti, portandomi una borsona di ponchos e mantelline chic incredibilmente colorate, lei che vive in total black.

Inutile dire che, in questa fase, sembra anche persa la vita. Mi è stato ufficiosamente ipotizzato un percorso chemio/radio/operazione/chemio/radio.. Ma con una massa (atomica) di 30 cm nella pancia non c’è molto da sperare. 

Cambia la musica anche nella meditazione: inizio un mantra di guarigione per ore e ore, da sempre uno dei miei preferiti. RA MA DA SA, SA SE SO HUNG (sole terra luna infinito, infinito io sono te), con¬† i gomiti poggiati ai fianchi e le mani aperte, per ricevere. Lo vibro pensandomi rigenerata, sentendomi parte di qualcosa pi√Ļ grande di me, in un flusso che accetto anche se non ne so la direzione. E anche se mi sembra simile al vento che segue l’esplosione nucleare.

Vado alla biopsia con questo senso di rigenerazione, e anche stavolta finiscono con distrarmi le mie pazze paure irrazionali. Comincio a chiedere ansiosa se mi faranno l‚Äôanestesia, e sono anche insistente: Prevista l’anestesia? Sicuri? Davvero? Se portassi io una fiala di anestetico? Chiamo un amico veterinario, anche se a uso animale va bene, vi firmo uno scarico di responsabilit√†! Insomma, sono pronta a fare un chiasso tale che credo finirebbero col darmi una botta in testa con una padella pur di non sentirmi. L‚Äôinfermiera mi guarda perplessa..

Scopro che la mia biopsia √® alle 16.00, sono a digiuno dalla sera prima e verso le 12.00 dichiaro che STO MORENDO DI FAME!!! Imploro di avere qualcosa, almeno un sorso d’acqua ma niente… Arriva il mio turno, l‚Äôanestesia c‚Äô√® e la biopsia mi sembra una passeggiata – anche se il mio mantra continuo a cantarlo quasi a squarciagola. Il taxi (sedia a rotelle) mi riporta al reparto e ho gi√†, metaforicamente, il tovagliolo attorno al collo! MA ci sono ancora due ore di attesa per un emocromo di controllo‚Ķ. non ce la posso fare. Alle 19 mi sdoganano il cibo, e finisco col fare, di fila, una merenda doppia, la cena ospedaliera, e¬† per concludere, una cenetta col maritino al nostro giapponese preferito!

Perché è vero che il fattore k è qui, presente e incombente, e la mia bomba k può esplodere. Ma intanto io ci sono, sono qui, ho ancora fame e una zuppa di miso non me la toglie nessuno! (..continua)