Libel Seva “Oltre la sofferenza, avro’ cura di te”

Quando c’è il Fattore K di mezzo, occorre accettare un dato di fatto: prima o poi arriva il momento di un ricovero in ospedale. Solitamente per un’operazione, ma vanno considerati anche “incidenti” di percorso.

Nel mio caso, a quasi un anno dalla diagnosi, ho avuto due lunghi ricoveri ravvicinati, entrambi imprevisti ed entrambi dovuti al GIST, un tumore raro nell’addome, che ha espresso il suo disappunto rispetto alla chemioterapia, causandomi non pochi problemi.

Non mi ero mai dovuta allontanare dalla mia casa per la malattia. Alla prima sensazione di smarrimento e di ignoto, si è affiancata l’ansia legata al nuovo stato in cui mi trovavo, fuori dalla zona di comfort faticosamente ricostruita in questi mesi.

Il cambiamento mi ha travolta, perchè un ospedale è un luogo che ti prende e ti risucchia:
– Al posto di Libel, sono diventata un codice a barre su un bracciale al polso, usato per raccogliere i dati delle mie condizioni e per sommistrarmi le mie terapie.
– Al posto della mia casa, ho avuto un letto in una stanza doppia.
– Al posto dei miei ritmi di vita, ho dovuto seguire la routine del reparto.

Ma non sarei onesta se mi limitassi a dire questo. Perchè nel mio ricovero in Oncologia Medica c’è stata una variabile che mi ha sorpresa, quella che ha contribuito a rendere la degenza un momento intenso di cura e rassicurazione.

In questi mesi dalla diagnosi sono stata presa per mano dai medici che hanno creato il miglior percorso di cura per me.

Ma non immaginavo quali mani mi avrebbero accolta una volta in reparto.

Ho conosciuto il piccolo gruppo di persone capaci di essere autentiche e presenti, oserei dire “innamorate del loro lavoro”. La sorpresa è stata come il loro modo di lavorare andasse oltre l’esecuzione dei compiti.

Con l’occhio della sportiva, ho subito notato il gioco di squadra e il piacere di agire insieme per un obiettivo comune. Nel reparto si coglieva un senso di armonia, basato sulla capacità di collaborare tra loro e dare il meglio di sé, in un clima di stima reciproca.

In veste di paziente, ho sperimentato il calore e l’empatia come denominatore comune del loro modo di accogliere noi malati. Ho in mente tanti piccoli esempi, ne racconto uno per tutti. Ripenso alla capacità di entrare in stanza alle 6 di mattino, con un sorriso, nonostante una notte passata a lavorare, e metterci una cura affettuosa nel farmi il prelievo, che era un modo di augurarmi il e buongiorno. Sono loro che mi hanno convinta di non essere un codice a barre, tutti conoscevano il mio nome!

Sarebbe forse facile definirli angeli, ma mi sembrerebbe riduttivo. Questi infermieri e queste infermiere sono persone, hanno forze e qualità umane, limitate e da usare non solo in reparto ma anche nella loro vita quotidiana. Non sono angeli, non serve tirare in ballo niente di superiore, qui si tratta di grande consapevolezza e umanità per fare stare bene coloro che gli sono stati affidati.

Non potrò mai dimenticare i loro gesti e gli abbracci con cui mi hanno salutata al momento della dimissione. Uscendo dall’ospedale la seconda volta, mi sono tornate in mente le parole della canzone “La Cura” di Franco Battiato.

Incontrarvi è stato un dono, soprattutto in un momento come questo. Grazie di essere come siete!

1 pensiero su “Libel Seva “Oltre la sofferenza, avro’ cura di te”

  1. Ciao e forza! Credo che quando si vive un’ esperienza così positivs si debba mettere in evidenza l’ospedale proprio per dimostrare che non è solo malasanità.

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