Vally “ URLO AL CONTRARIO”

Autunno dell’ Anno Terzo prima dell’ avvento del Fattore K.

Eccomi “spintaneamente” in missione per conto di Dio Big Pharma in quel di Madrid, destinazione Policlinico Universitario. Seriosamente occhialuta e grigiovestita cerco di stare alle calcagna della collega autoctona, dotata di una velocità parole /minuto tale da farmene infilare una su quattro. Come un toro da corrida, aspetto con ansia la banderilla finale delle sue domande su di me, ma vengo salvata da un fatto improvviso. Passiamo infatti davanti alle porte della sala parto dell’ospedale e l’urlo strappacarne di una partoriente, per miracolo, le surgela all’ istante la lingua meglio dell’ azoto liquido. Non mi era mai capitato di sentire una donna gridare durante il travaglio.

Posso dire che quell’ urlo non assomigliava a nulla di mai udito prima.

Quel grido mi ha passato da parte a parte, provocandomi un dolore acuto fino dentro alle ossa. Nemmeno l’idea che la più grande storia d’ amore tra due esseri umani avesse per intro un urlo così selvaggio mi rincuorava, anzi. In quel momento ricordo di aver benedetto per l’ennesima volta la mia decisione di non sparpagliare il mio dna al di fuori di me.

Quel suono tremendo è sopravvissuto pure all’inverno di Madrid, freddo e ghiaccia lacrime, con gente che non sa di sole, movida, niente di tutto ciò , ma solo di lavoro-lavoro-lavoro.. collega turboparlante su tutti.

Nel tempo quell’ urlo animalesco si è attutito, sfocandosi dietro personali vocalizzazioni dolorose, nate dalla scoperta di avere un melanoma.. ma questa storia la conoscete quasi meglio di me. Madrid è diventata ben presto un ricordo appeso al portellone del frigo: l’ ultimo giorno di lavoro cercai il magnete più kitsch di tutta la città come simbolo di quel periodo così bello e faticoso che stava chiudendosi.

Anno Primo dopo Kappa, nella rassicurante atmosfera della casa di Rob accendo la televisione. Seleziono il notiziario internazionale e Madrid torna, torna la Spagna, torna quell’ urlo, ma questa volta al posto di una donna che sta per avere suo figlio c’è una giovane madre nelle cui braccia il figlio non c’è più.

C’è un bambino caduto in un pozzo.

Uno stretto pozzo di campagna, nascosto tra i cespugli, come un oscuro predatore a fauci spalancate in attesa della preda.

Mi immagino quel bambino correre e saltare fra l’erba alta, sparpagliando risa e felicità di vivere, facendo innamorare la terra al punto tale da volerlo tutto per sè.

C’è un bambino in un pozzo.

E quel pozzo è il suo destino.

un pozzo troppo lungo, per una vita così breve.

E in questo stesso momento c’è una donna, ovvero la sottoscritta, che nel pozzo della sua malattia si batte per avere un destino diverso.

Quell’ urlo ugualmente materno ma così lontano dalla speranza e dal futuro della sala parto, risveglia quel dolore fino alle ossa che credevo aver dimenticato: oggi è peggio. Quel grido non chiama vita, sa di morte. Un tremendo, ingiusto urlo “ al contrario”. Egoisticamente, come allora, mi sento al sicuro da una sofferenza per me troppo grande. Il melanoma mi ha scoperto il nervo dell’empatia e le disgrazie degli altri mi colpiscono molto più di prima: oggi la distanza di sicurezza fra me e gli altrui dolori si è pericolosamente ridotta.

L’esperienza del melanoma mi ha dato un modo differente di riflettere sulle cose terribili che la vita ti sbatte in faccia senza troppi complimenti. Sono vicina al dolore in questa madre ma penso che forse questo triste epilogo abbia preservato il piccolino da chissà quali immani sofferenze e magari malattie future. Credo personalmente che resistere a tutti i costi sul pianeta terra non sia per forza una benedizione: onestamente prima del Fattore Kappa non avrei mai fatto un’ affermazione così folle.

“Ora riposa bimbo“ vorrei potergli dire “ti hanno strappato da noi, è vero, ma la terra ti ha forse protetto dal male a venire. La vera morte è solo di chi resta”.

Dedicato a Julien Rosellò, diventato a Totalan ( Malaga) angelo tra gli angeli, il 26.01.2019.

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