Libel Seva “Il coraggio di essere, per sé stessi”

Sono nella mio reparto d’oncologia per visite varie. Mentre aspetto, mi piace guardarmi intorno e osservare gli altri. Nessun intento critico o pettegolo, la sociologa che è in me si attiva subito, mossa da un mix di curiosità e accettazione. Mi piace conoscere, c’è sempre da imparare dagli altri e dalle loro esperienze.

In questo luogo, so di essere circondata da persone sconosciute e diverse, ma condivido con loro il Fattore K. Posso intuire cosa hanno dentro e come si sentono, la sofferenza che portano e le emozioni di paura e dolore.

Vado verso l’uscita, in fondo al corridoio c’è una figura femminile alta e slanciata, che attira la mia attenzione per due cose inusuali:
1. La grande borsa di pelle azzurra.  Ha una forma a trapezio riconoscibilissima, col suo lucchettino e l’implicito prezzo a quasi quattro zeri, per via del marchio. La donna la porta con uno stile degno del costo, il manico poggiato nell’incavo del gomito con l’avambraccio piegato verso l’alto – la cosiddetta “borsa portata a prelievo”, adattissima all’ambiente.
2. La testa completamente calva. Ho visto pochissime donne mostrare la mancanza di capelli, e il reparto di oncologia è pieno di foulard, cappellini, sciarpe, per non parlare di irriconoscibili parrucche. La testa calva è un messaggio duro, gridato, parla di chemioterapia, di sofferenza, di rinuncia a un elemento forte nell’identità femminile.

Camminando in sua direzione noto altri dettagli, come il pantalone blu svasato, e la maglia grigio perla, con una scollatura asimmetrica molto particolare. Vedo una bellissima collana in acciaio e pietre, incorniciata da grandi spalle ben definite.

Nell’insieme, un modello di classe, stile e coraggio. Vorrei parlarle, conoscerla, sentire la sua storia.

Continuo ad avvicinarmi, la donna si china verso una persona seduta. La supero, mi giro verso di lei e azzardo un sorriso d’ammirazione, guardandola negli occhi. Cortesemente, lei risponde al mio sorriso ma con un’espressione di stupore, come per dirmi “Grazie, come mai questo sorriso?”

Il turno dello stupore adesso è mio: mi rendo conto che è un uomo, non una donna. E non è neanche malato. Vedo accanto a lui un uomo molto anziano con l’ossigeno, probabilmente suo padre.

E’ crollato il mio castello, è cambiato lo scenario: da donna con gli effetti della chemio, a uomo in abiti femminili. Da paziente oncologica, a figlio amorevole.

Ma è veramente uno scenario così diverso? Ripensando all’uomo con la bella borsa azzurra posso pensare a una storia di profonda sofferenza. Sicuramente diversa rispetto a quella della mia malattia, ma ugualmente in grado di scavarti dentro e trasformarti come persona. Una storia che arriva a darti un’identità diversa, a farti notare dagli altri, anche a spaventarli.

Penso che tutti e due siamo passati attraverso scelte complesse, obbligate, con conflitti tra progetti e barriere. Un percorso che si snoda lungo paure e preconcetti. Forse abbiamo vissuto simili momenti di dolore e di grande gioia, di speranza e di disperazione.

Azzardo la parola coraggio. Il coraggio di essere, per sé stessi, in primo luogo.

Coraggio di essere come si è, senza che la malattia o le scelte di vita portino a provare paure e dubbi.

Coraggio di non dare peso a dove stare, ma a come essere.

Forse non si nasce coraggiosi, ma poi la vita ci offre la possibilità di allenarci e svilupparci. Ci pone davanti a situazioni che non sembrano avere via di uscita.. ma che possono diventare occasioni, opportunità. 

Grazie, Lady dalla bella borsa azzurra, sappi che te la invidio! Spero di incontrarti ancora, e finalmente ti diro’ che quel sorriso era per la tua classe unica. Sai, io sono qui in cura per il Fattore K, ma so bene che non c’è cura per la mia Sindrome di Fashion!

1 pensiero su “Libel Seva “Il coraggio di essere, per sé stessi”

  1. Susanna, questo è bellissimo, profondissimo! Oltre all’identità di genere, stile, fashion e dignità da mantenere anche nella malattia, che già in sé è un messaggio potentissimo, io qui leggo anche un messaggio più sottile: la nostra mente tende sempre a creare etichette, giudizi, vedi una persona da lontano e il filmino mentale parte. Da pochi indizi si immagina un mondo intorno che poi si rivela completamente diverso dalla realtà di quella persona, e di sicuro vederla in Via Montenapoleone ti avrebbe fatto tutt’altra impressione. Ma per fortuna tu sei andata oltre, a verificare, e a condividere. Un’esperienza, una sofferenza, o anche solo un sorriso, che un po’ di gentilezza non guasta mai. Ecco, per me è questo il vero significato del tuo messaggio. ❤

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