Libel Seva “NELL’ABBRACCIO DELLE MIE AMICHE”

Ho sempre vissuto in una comunità di donne. Senza nulla togliere a marito uomo e figlio maschio, le amicizie femminili sono una parte essenziale della mia vita.  

Le mie amiche non si conoscono tra loro, perché sono sparse in vari luoghi e, per lo stesso motivo, alcune non le incontro da anni.  Ma se devo scomodare la parola famiglia, lo faccio pensando ai loro volti. A maggior ragione in questa fase di vita col Kancro.

A tutte ho dato la notizia da subito, e tutte hanno iniziato a parlare nello stesso modo, come se avessero concordato un “Manifesto bizzarro per la Comunicazione K”, composto delle seguenti voci:

“NOI”
Dalla mia diagnosi, le mie amiche parlano sempre in prima persona plurale. Non ci sono io,  non c’è il mio tumore. C’è la nostra situazione, c’è la nostra malattia. Abbiamo la TAC, la PET, aspettiamo il controllo.
Ci sono volte in cui mi sento persino in colpa: le vedo prese con lavoro-figli-traffico-cani mentre pensano “Oddio, ma la Libel si sarà ricordata di stare digiuna? La devo chiamare!”.

“STICA/VADAVIALQ”
Quando lo sconforto diventa grande, ci vuole un intervento rapido e mirato per tagliare le gambe alla negatività.
Le mie amiche vanno dritte al sodo, la loro arma è un insulto concettualmente identico ma declinato in base ai ceppi linguistici d’appartenenza – sono pur sempre una romana transfuga al nord.
Mi sono persino sentita dire “Ma che credi di avere il mal sottile? Ma ti metti a fare l’eroina dell’800?”. Peccato, magari sarei riuscita bene come icona malinconica.

“SO TUTTO, TI SPIEGO”
Ho un tumore raro, un GIST, ma le mie amiche si sono documentate al meglio. Potrebbero fare interventi a convegni di oncologia, anzi, nel caso vi passo i nomi.
Con loro posso parlare senza dare dettagli, anzi, il loro obiettivo è darmi casistiche e spiegazioni. Mi fanno venire in mente l’episodio verdoniano di “Fosca e Raniero”, quando, alle soglie dell’altare, il medico risponde al paziente dicendo “No, non mi disturba affatto, mi legga i valori: Leucociti? Linfociti? VES? AHIA!”

NON SIA MAI UN CALO DI FASCINO”
Alle mie amiche il merito di avere inserito style& fashion nel mio piano terapeutico, concordandolo col dipartimento Prêt-à-porter del SSN. Credo si sarebbero più preoccupate di vedermi trasandata che priva di forze.
Ho potuto contare su abiti adeguati alla mia pancia immensa. Cappellini parasole da giardiniera giapponese. Ciondoli propiziatori, unicorni e parure di Alberi di Natale.
Sono anche stata trascinata a eventi dove comprare a metà prezzo creme costosissime per la mia pelle delicata.

“TI HO PORTATO/MANDATO UNA COSA”
La data della diagnosi ha avviato una pioggia di regali. Più che una paziente oncologica mi sono sentita una gravida da viziare.
Mi è stata recapitata una tanica di olio EVO sopraffino perché “è la migliore medicina”, poi tisane curatrici, teglie di lasagne, pagnotte fatte in casa, quintali di pizza bianca da Roma.
Non ho mai avuto visite di cortesia ma spettacolari brunch con torte, fiori, gossip. C’è chi è passata a trovarmi per una meditazione o anche solo un tea time , incurante dei 1400 km di viaggio da fare in treno!

“TANTO PASSA”
Le mie amiche hanno sempre mostrato una fiducia incrollabile nel dato di fatto che ne esco. Non hanno mai inventato futuri rosa o negato la realtà ma hanno messo in chiaro che ci sono progetti più forti e più grandi della mia malattia. Una di loro ha liquidato la mia massa “un po’ di trippa da mandare via”, quindi, su, pedalare, andiamo avanti.
Quindi, progetti, progetti: da convincermi ad aprire uno shop virtuale dove vendere le mie creazioni a uncinetto, a una serie di corsi da tenere in capo al mondo, all’acquisto di elementi d’arredo per le mie piante. Alle brutte, gli 800 km del Cammino di Santiago, che ne parliamo direttamente con la Sede Centrale. Passando, ovviamente, per la maratona di Roma.

“VOGLIO LA TUA CURA”
Vedermi con 35 cm di giro vita in più è stato doloroso, vedermi tornare normale è stata una gioia immensa. Ma, soprattutto, la mia pancia che scendeva a vista d’occhio ha fatto emergere una corale richiesta di fondo “Ma la prendo anche io ‘sta chemio, voglio buttare giù  anche io pancia così”.


Nel redarre questo “Manifesto per la Comunicazione K” mi è venuto il dubbio che potesse sembrare un’ode di ringraziamento alle amiche. Mi spiace, so per certo che non lo è.

E’ un modo per GRIDARE AL MONDO CHE NON SAREI QUI SENZA LE MIE AMICHE. Senza il loro abbraccio, non avrei avuto la determinazione, il coraggio, la serenità.

Le mie amiche non mi hanno solo sostenuta nel dolore, non mi sono solo vicine nella mia malattia.

LE MIE AMICHE MI HANNO CATAPULTATA NEL FUTURO.

 

 

 

1 pensiero su “Libel Seva “NELL’ABBRACCIO DELLE MIE AMICHE”

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *