Libel Seva “NEL BARATRO DELLA DIAGNOSI”

 

Immagina di tracciare una linea tra il prima e il dopo: questo è quello che accade con la diagnosi di K. La vita prima e la vita dopo.

Potrebbe essere una scena da film horror. 
Apro la finestra e invece del balcone c’è il baratro. Troppo tardi, ero sovrappensiero, ci sono precipitata. Sembra un pozzo senza fondo, mi sento cadere in un’aria rarefatta che mi sostiene. Quando atterro, sono talmente stordita da non rendermene conto. Mi rimetto in piedi, cercando di guardare oltre il buio.

Il cancro è roba da emozioni forti.
Sperimento la rabbia, la colpa, la disperazione. Perché? Cos’è andato male? Dove ho sbagliato? Ricordo di aver pensato che mio corpo mi avesse tradito. Non so cosa accadrà, cosa faccio? Con gli occhi aperti nel buio cerco segni di vita e di malattia nel mio corpo, mi sembra di sentire solo i lividi della caduta.

E poi la paura.
Il baratro è un territorio buio e sconosciuto. Non è solo la diagnosi di cancro o le difficoltà del percorso di cura. E’ il totale cambiamento che investe la mia vita. Ho sempre fatto progetti con un occhio attento a finanze e mezzi, ma adesso balza al primo posto la variabile “tempo”: Ce la farò?

Per quando riguarda i sogni…
Forse quelli sono precipitati giù sotto con me. Meno male, mi fanno compagnia, mi fanno pensare al futuro, a un mondo fuori dal baratro. Perché so che ne uscirò, in qualche modo.

Intanto, il baratro lo abito
Ho perso la cittadinanza del Pianeta Salute, e ho preso la residenza nel Regno del Fattore K. Da persona sono diventata una “paziente”, un ruolo che mi marchia a vita, un brutto tatuaggio fatto contro la mia volontà. In un tempo da record acquisisco la formazione per vivere in questa nuova terra: terminologie, percorsi di cure, dialoghi su valori e altro, il tutto col dottor Google dietro l’angolo e con tanti fantasmi nella testa.

E guardo lassù, dov’ero prima. 
Mi abituo a guardare in alto, a scrutare invidiando chi è ancora fuori, libero e sereno. Però questa nuova prospettiva mi fa vedere che non tutti quelli fuori lassù sono così liberi e sereni. Vorrei dirglielo ma la mia voce dal baratro non arriva con facilità. Pochi la sanno ascoltare. Sono diventato straniera al mio mondo.

Per ora non c’è via di uscita ma ...
Ho capito che avrei potuto riavere le cose che per me contano. Devo fare una selezione, perché dall’alto me ne possono lanciare poche: “Ehi, voi, lassù, mandatemi le mie scarpe da corsa, il mio make up, gli orecchini viola e tutti i gomitoli con gli uncinetti. Tranquilli, qui i generi di prima necessità me li forniscono. Mi mancano quelle cose che parlano di me. Voglio correre, scoprire, abbellirmi col mio viola, e poi passare momenti a creare“.

Allora esplorerò questo baratro.
Una sfida che, tutto sommato, mi incuriosisce. Forse ritroverò altri sogni caduti con me: anzi, inizio a cercarli! Forse posso realizzarli proprio perchè sto qui. Magari scriverò una guida turistica, sicuramente farò incontri interessanti. Soprattutto, resterò me stessa. Questo l’impegno per tutti gli anni a venire!

Esplorando, mi accorgerò di risalire.
Secondo me, le pareti nascondono dei gradini, degli appigli. Le devo studiare, osservare e scovare. Oltretutto, Libel nasce come soprannome in una scuola di arrampicata sportiva, e arriverà il momento di rimettermi alla prova. Certe abilità li apprendi e poi non sai quando ti servono!

P.S. Non resisto alla tentazione di pensare che nel baratro ho ritrovato Vally e, comodamente appollaiate su una stalagmite, abbiamo creato questo blog. Come uso dire “Non tutti i K vengono per nuocere”!

 

3 pensieri su “Libel Seva “NEL BARATRO DELLA DIAGNOSI”

  1. Con molta calma e con infinita forza riuscirai ad arrampicarti nuovamente al di fuori del baratro, la tua risalita é anzi giá iniziata.
    Forza sempre! Ti abbraccio!

  2. Boris Cyrulnik, nel suo libro Il dolore meraviglioso: “quando un granello di sabbia penetra in un’ostrica e l’aggredisce al punto che, per difendersi, essa deve secernere la madreperla, questa reazione di difesa regala un gioiello duro, brillante e prezioso”. Ti abbraccio forte

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