Libel Seva: Il cancro e il Ponte

Ore 6,36 – 14 agosto 2018
Sono in coda sul viadotto della tangenziale, direzione primo check point oncologico: il controllo a tre mesi dalla diagnosi di GIST. Nella mia macchina c’è un’atmosfera pesante, ho una borsa piena di impegnative per TAC e analisi del sangue. Nelle altre macchine, c’è atmosfera da vacanza e borse piene di asciugamani e solari. A me, se tutto va bene, aspetta un’estate in clausura, senza sole e aria aperta, perché gli effetti collaterali della chemio rendono la mia pelle fragile.

Ore 9,30 – 14 agosto 2018
Colazione scarna al bar dell’ospedale, mentre l’anno scorso ero al tavolo di un rifugio del Monte Rosa, con i fischi delle marmotte e il pane caldo. Sono seduta in sala d’attesa dell’ambulatorio oncologico, è la vigilia di Ferragosto, ripenso con invidia a quelle auto che ho visto stamattina, forse sono già sul ponte di un traghetto.

Ore 11.36 – 14 agosto 2018
Esco felice dall’ospedale: ho solo buone notizie! La massa è sempre grande, ci sono metastasi, ma il farmaco sta lavorando in modo eccezionale e ha dimezzato tutto. Le mie analisi del sangue sono quasi perfette. Ho persino il permesso di riprendere a correre! Ritorno alla tangenziale, ritorna lo spettacolo delle auto dei vacanzieri. Non c’è niente da fare: nonostante le buone notizie, ho un pensiero kostante, quello che il K mi ha rubato l’estate e le ferie.

Ore 12,30 – 14 agosto 2018
Arrivo finalmente a casa, mi sdraio sul divano in relax. Apro il PC e vedo le immagini del Ponte Morandi a Genova. E’ crollato, sembra un film distopico, stento a crederci e rivivo la stessa sensazione raggelante di quando mi hanno dato la diagnosi di tumore.

Ma il mio pensiero non è “Su quel ponte ci sono passata anche io!”. No, stavolta no. Il Ponte di Genova mi ha portato a pensare altro: “Alle 11,36 io uscivo da un ambulatorio di oncologia, sorridente e con buone notizie, mentre quarantatré persone credevano di avere imboccato la via delle vacanze, ma andavano in direzione aldilà “.

La morale è che il K ti cambia la prospettiva? Forse, ma non solo. Noi pensiamo di avere un tragitto impostato ma ignoriamo che basta un nulla per cambiarlo. 

Poche ore prima, chiunque avrebbe detto che ero io quella con la vita in bilico, cui sarebbe dovuto mancare il pavimento sotto i piedi. Io stessa mi sentivo come quella che stava per sprofondare, cui era stato detto che era a rischio vita, che tutto era da decidere, che quella massa immensa era veramente grave.

Da quel momento, ho iniziato a pensare che la vera diagnosi mi sia arrivata il 14 agosto 2018, esattamente tre mesi dopo la data reale.  Se il Fattore K è un pezzo duro di strada, non è detto che porti al baratro del ponte, così come nulla nulla è prefigurabile, e non ci sono percorsi  obbligati.

Io sono ancora qui, grata e consapevole di esserci, dedicando i miei mantra e il mio pensiero a chi non avrà mai più stagioni di vacanza.

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