Vally “MORIRE DI PAURA”

 “la calma è la virtù di chi non ha capito il problema (E. Flaiano)”.

 

Ho sempre dormito poco e vegliato troppo.

Come un  semaforo all’ incrocio su una  strada provinciale, il mio cervello tende a lampeggiare anche quando sarebbe ora di spegnersi.

Da quando poi mi hanno affettato come un parmacotto, sono diventata il principale azionista del mercato dei sonniferi.

Le mie notti sono troppo spesso trascorse a studiare gli articoli scientifici sul melanoma, cercando di concentrarmi razionalmente sul più grande  accidente della mia vita.  Provo  ogni stratagemma -chimico o culturale- che mi consenta di disattivare il più possibile il cervello emotivo sull’argomento.  

Sapere, dominare, oggettivare, circoscrivere: il mio credo vulcaniano alla dottor Spock mi permette di sopravvivere in un corpo umano fatto per il 60% da acqua, ed il 40%  restante di ansia.

Per quanto mi sforzi di essere oggettiva, sapere che sono stata fortunata a farmi scarnificare in tempo non mi salva dal tormento.

Sono devastata.

Sono la reincarnazione di un vaso di vetro, ancora perfettamente intero, ma tutto completamente crepato, in attesa della schicchera fatale.

Il mio cassetto  è la succursale di una farmacia: ansiolitici, antidepressivi, stabilizzanti dell’umore e sonniferi hanno sfrattato via libri, riviste e tutto ciò che fisiologicamente concilia il sonno. Ci ho messo pochissimo tempo per capire che la prima causa di mortalità, nella stadiazione del mio tumore, siano gli accidenti  che ti prendi (inutilmente).

E’ il 24 aprile,  mi sveglio con un insolito, sordo dolore al centro dell’addome. Che sarà? Mai avuto… decido di andare a lavorare, sperando che il dolore sparisca magicamente.  Si fa sera e non miglioro.  Decido  una nottata di passione in Pronto Soccorso.

In tempi non sospetti non ci avrei fatto nemmeno caso, forse. Ma ora è tutto diverso.

Scelgo con cura la struttura ospedaliera in cui farmi visitare in anonimato:  lavorando da tanto tempo nel settore  finisci per conoscere un po’ tutti e non vorresti proprio che sia un tuo amico  a darti brutte notizie.

Alla parola melanoma, l’infermiere del Triage mi affibbia un codice giallo.

Prelievi, lastre ed infine un’ecografia.

Il referto è una schifezza: ho i reni intasati di renella, pareti di retto e utero ispessite, aree disomogenee all’interno della testa del pancreas (l’organo che, incazzandosi, ha sotterrato personaggi come Pavarotti ed un certo Steve Jobs, tanto per capirci). Le  “aree disomogenee” mi spezzano le gambe: ci siamo, penso. Sento le  mie coronarie creparsi all’idea di avere trovato metastasi nel pancreas

Leggo il referto ma  ci vedo il mio necrologio.

..ma aspetta…… accidenti ….. il referto non parla  di alcune viti in titanio che ho e della mia fedelissima cisti ovarica: sono talmente evidenti che le avrebbe viste pure Ray Charles…!  Il tarlo del dubbio mi salva dal baratro.

Il giorno dopo sono dalla “ Decana Emerita delle Ecografie”, una mia vecchia e stimata conoscenza.

Dopo avermi scandagliato per un tempo lunghissimo, senza muovere un muscolo della faccia, mi dice: “ Vally, non c’è proprio nulla: probabilmente l’ecografo  del P.S. era malfunzionante..”

“Mavaff…..

anzi, evviva!”

Avrei voluto urlare ma taccio per educazione: la mia attenzione viene attratta da un particolare.

“…… Professoressa, scusi se mi permetto: ha fatto controllare il suo neo sull’ orecchio?”

(continua)

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