Libel Seva “UNA FAVOLA PER VINCERE LA PAURA DEL K”

Ci sono momenti in cui crollo.  Nella mia vita col tumore non sto sempre bene, non ho sempre voglia di scherzare. Ho bisogno di speranza, e questa me la può dare anche una favola.

So che è inevitabile, un K non è uno scherzo, ma mi colpisce come  questo crollo abbia caratteristiche strane. Perché non ho la sensazione di sprofondare nel tradizionale baratro buio di disperazione e paura.  La mia sensazione di crollo mi porta a sentirmi vulnerabile,  come se le pareti di casa cadessero e mi lasciassero vedere con chiarezza  i possibili scenari del mio futuro.

Succede quando, ad esempio, arriva l’ennesimo emocromo sballato, io che ho sempre avuto analisi perfette. Mentre leggo quegli striminziti valori del sangue, i muri non esistono piĂą e io mi sento in uno spazio aperto e desolato, esposta a grossi pericoli,  senza possibilitĂ  di difendermi.

Difficile ritrovare un equilibrio,  difficile persino di avere la voglia di ricrearlo.

In questi momenti, una favola può riuscire a ridarmi un po’ di sollievo, riportandomi in uno spazio quieto e ombreggiato.

Il tumore ha un’irrazionalitĂ  di fondo: il corpo  lavora per tenerti in vita ma intanto lavora anche per il fine opposto. E’ una malattia strana e spaventosa anche per questo, credo. Per questo, solo una favola può centrare il bersaglio, quando si vive nell’assenza di logica.  Una favola ti può raccontare qualsiasi cosa, anche prometterti un posto sicuro, anche se non ci sono piĂą le mura di casa. Come, ad esempio, la mia favola del bosco ombreggiato:

“Mai nessuno ti porterà via da questo bosco!”
“Ma sei sicuro?”
“Certo, hai visto chi c’è qui per proteggerti? Sono in troppi, non ce la farebbe nessuno a portarti via. C’è l’orso giardiniere di vedetta, con il rastrello in mano e persino con qualche pianta carnivora. Lui farĂ  tutto perchĂ© tu gli hai regalato l’impermeabile e il cappello e adesso non si bagna piĂą quando ci sono le piogge torrenziali. Poi c’è l’orso guardiano Bondo, che rende impossibile aprire un varco, è arrivato da Valbondione proprio per tenere ferme le porte, è la sua missione.”

Respiro di sollievo…

“E poi?
“E poi c’è Ganesh, il dio elefante, che rimuove ogni ostacolo, guardalo come sorride sotto la proboscide. Accanto ha il suo amico Unicorno, e tra tutti e due di magie se ne intendono parecchio. Secondo me impediscono proprio  che qualcuno possa solo pensare di portarti via.”
“Quindi nessuno mi porterà via da questo bosco?”
“Te lo prometto”
“Allora posso stare tranquilla?”
“Ma certo”

Le mie favole nascono quasi per caso, piccole storie che permettono alla parte bambina della mia anima di tranquillizzarsi. Soprattutto se me le racconta la persona che piĂą si prende cura di me.

Forse ascoltare una fiaba non è poi tanto diverso dal meditare, è un modo per riportarmi al raccoglimento dentro di me.  Non abbiamo un pulsante che ci riporta allo stato di calma, soprattutto nei momenti in cui sappiamo che c’è un fattore K che domina pesantemente nella mia vita.  Ci vuole tempo e  lo spazio di un racconto è quello giusto.

Solo una favola può farmi le promesse speciali di cui avrei bisogno.  La magia non si spiega e non si dimostra.  In questo modo, solo una fiaba può portarmi fuori dalla realtà, mostrandomi un altro punto di vista  che si chiama speranza.

L’etĂ  adulta non ci fa credere alle favole, ma per un adulto spaventato è diverso, ne ha un po’ bisogno per ripartire. 

 

Vally “AIUTO! C’E’ NESSUNO?”

Maledizione! Sono ancora sveglia!” Dico a voce alta alle 04:06 del mattino, mentre i miei occhi sono ancora spalancati nel buio nemmeno quelli di un gufo reale. Da quando ho scoperto di essere sotto la stella del fattore K, trascorro le ore notturne  rigirandomi fra le lenzuola come un animale selvaggio sbattuto in gabbia.

L’ oscurità amplifica la mia paura, i pensieri vorticano fra un orecchio e l’ altro come falene ubriacate dalla luce di una lanterna. Non trovo pace se non uccidendomi di sonniferi. Notte e morte hanno un suono non troppo diverso, in fin dei conti. Per fortuna le mie giornate caotiche mi distraggono abbastanza da questi oscuri pensieri ma dopo K il mio materasso si è trasformato in una sorta di graticola  posta sopra una brace d’ ansia che mi cuoce inesorabilmente.

Non è la morte in sé a spaventarmi, consapevole che abbandonare questo mondo non ucciderà nessuno dal dolore se non il mio cane; il mio grado di attaccamento alla maggior parte delle persone, ma soprattutto alle cose terrene è quasi prossimo allo zero assoluto. “ Le cose ti appartengono, non devi appartenere alle cose” .Potrei dire che se mi rincarnassi in un biscotto della fortuna questo sarebbe il motto  che leggereste sul mio bigliettino. E se la morte non è dunque il problema lo è certamente il cammino che compirò fino a lei.

Ho bisogno di confrontarmi.

Come cacchio vivono “quelli come me”, una volta avuta la notizia? Si sono sparati tutti?

Non ho mai incontrato nessuno che abbia affrontato il mio problema e,  conoscendomi, sarebbe comunque per me difficile relazionarmi direttamente su questa mia personalissima tragedia.

Ho un dannato bisogno di sapere.

Apro il pc alla ricerca di  forum di sostegno fra i pazienti, ma trovare  quasi esclusivamente ad un primo giro storie orribili raccontate per giunta da familiari già in lutto, mi fa presagire che forse ho una visione fin troppo ottimistica della malattia.

Possibile che nessun malato VIVO stia scrivendo che ce l’abbia fatta…almeno per un pò?

Poi all’ improvviso, Google mi fa un dono.

Le parole di Mary, autrice di un blog “ Mary dall’ altra parte” che narra il suo essersi ritrovata, dopo tanti anni dal primo melanoma, con una malattia  già sparpagliata per il corpo. Leggo i suoi scritti, tutti, spesso dovendo interrompere per il tracimare delle lacrime dagli occhi. Lei è lì, viva, mamma, moglie, infermiera, bellissima nella sua forza di vivere che è la sua guida, e mi parla in questa difficile notte (e in tante altre a seguire).

E poi, come le briciole di Pollicino… trovo due associazioni, Melavivoed Apaim, scovando finalmente altri “vivi”. Vivissimi!

Inizio a confrontarmi virtualmente: i miei colleghi di malattia seppure virtuali, sono così vicini e dunque capaci di portarmi a maturare la consapevolezza che il modo di vivere senza sopravvivere, esiste veramente.  In tutti questi anni sono stati i miei indispensabili gradini lungo la scala alla cui sommità ho accettato una nuova vita. Alcuni non ci sono più, purtroppo.

Se qualcuno mi avesse detto che, a distanza di tempo da quella triste notte, mi sarei trovata fisicamente gomito a gomito proprio con Mary, a presentare questo blog  invitata dalla presidentessa di Melavivo alla loro reunion nazionale, gli avrei risposto “stai fantasticando”.

La realtĂ  supera la fantasia.

Spesso e volentieri.

Dedicato a chi ha smesso di aprire gli occhi in questo mondo, per guardare un ben piĂą prezioso Infinito.

Lasciandomi un insegnamento di amore e forza.

pexels-photo-171053

(Continua)

 

Leggi tutto “Vally “AIUTO! C’E’ NESSUNO?””

Libel Seva “UNA CHEMIO PER AMICA”

 

Dalla biopsia sono caduta nella terapia. Questo significa che, da una vita di cure unicamente omeopatiche, sono caduta in un percorso di chemioterapia. Un percorso che mi da sollievo perché mi salva la vita, ma che mi fa paura perché mi sembra aggredisca profondamente il mio corpo.

La scelta è indiscussa, senza esitazione ho preso la via della medicina tradizionale. Ho bisogno di certezze e di risultati immediati, i 30 cm di massa nell’addome non mi permettono altro. Poi farò rientrare l’omeopatia per lavorare sugli effetti collaterali. Da sempre, oltretutto, credo nella medicina integrata, adesso è il momento di farne uso.

Ma ho paura anche solo della parola “chemio”. So che presto il mio corpo non starĂ  male per il K ma forse per la cura che lo combatte.

Eppure so che devo farmi amica questa cura. Deve essere una mia alleata. Se ne ho paura come  fosse un nemico, l’effetto sarĂ  un organismo teso e contratto e una mente spaventata che rischiano di rendere meno fluido il lavoro del farmaco e di farmi stare ancora piĂą male. Non è esoterismo, abbiamo una parte di sistema nervoso che ci aiuta a digerire ed accettare, che fa rilassare il corpo. A quella parte mi devo appellare, grazie anche a due grandi alleate, la meditazione e la respirazione, che stimolano e rendono attiva questa parte.

Le due alleate mi aiuteranno anche a gestire gli effetti collaterali. Non posso evitarli, ma posso andargli incontro, in qualche modo renderli parte di questa fase di vita.

Poi una scoperta inattesa: il mio GIST si cura con una chemio orale, 4 capsule che prenderò ogni giorno, per un periodo minimo di tre anni, inframmezzati da un’operazione quando la massa sarà ridotta ai minimi termini.

Non è la cura devastante che immaginavo, ma sicuramente non è un gioco. Mi si prospetta una lista immensa di effetti collaterali, mancano solo il ginocchio della lavandaia e il sonnambulismo. Oltretutto prendere per tre anni 400 mg di qualsiasi cosa avrĂ  degli effetti non buoni sul corpo – anche fossero anche 400 mg di zenzero candito.

Osservo il mio farmaco: il nome della molecola mi richiama Imhoptep, medico dell’Antico Egizio elevato al rango di dio della medicina. Quindi, almeno simbolicamente, sembra avere un nome ben promettente. Ma ho ugualmente paura. Sento giĂ  un senso di nausea solo a pensarci, mi si chiude lo stomaco. Ho bisogno di qualcosa che mi rassicuri….

Preparo le prime 4 capsule, messe in fila come soldatini, mi farĂ  notare una cara amica.

Riempio d’acqua una tazza che mi ha regalato mio figlio per l’occasione. C’è scritto “NamastĂ© bitches” (poco elegantemente, significa NamastĂ© sto K…). Nella sua saggezza, mi ha voluto aiutare a sdrammatizzare questo periodo, perchè ridere è fondamentale per guarire.

Dal primo giorno, decido di dedicare uno spazio speciale al mio farmaco: diventerà parte di me, e allora lo accolgo. Quasi spontaneamente, nasce un rituale,  una sorta di benedizione per tranquillizzare me, la mia mente e il mio corpo, per accogliere al meglio questo farmaco e permettere al corpo di farne il giusto uso, per poi sbarazzarsene. E questo rituale mi accompagnerà, diventando parte della mia vita, per i prossimi tre anni.

Ogni giorno, a metà pranzo, mi alzo e vado sul mio tappetino. Mi raccolgo nel respiro, e vibro un mantra di protezione vibrato a voce alta. Poi vibrato mentalmente per ogni capsula ci butto giù. Poi il ringraziamento finale: a chi ha studiato quel farmaco, a chi lo produce, a chi me lo ha prescritto. Perché è grazie a queste persone che io sono qui e posso pensare di guarire. Chiudo con il Sat Nam, il mantra che significa vera identità – perché passare attraverso la malattia ti porta verso la tua vera natura.

Quindi, adesso la scatola del Dio Egizio trionfa nel luogo dove pratico, insieme a libri, appunti e incensi. E’ uno strumento di benessere e di vita, non è solo un farmaco. Costi quel che costi. Perché questa medicina è una mia amica.