Libel Seva: ONCOLOGICAMENTE GRAVE MA NON SERIA!

"Hai visto la luce?"
The Blues Brothers – 1980

Avere un tumore non vuol dire perdere la propria identità, ed è stato importante restare me stessa anche nella malattia. Soprattutto, ho voluto mantenere la mia consueta voglia di gioco e di ironia, come fosse una “luce” di benessere per me e per gli altri.

Nonostante tutto, non ho mai perso la voglia di scherzare, di ridere.  Amo l’autoironia e la leggerezza, cerco il gioco, e aggiungo che non mi dispiace l’umorismo un po’ nero.

La seguace dei Blues Brothers che è in me non riesce a prendere troppo sul serio la mia vita (in questo caso neanche la mia morte!). Potevo resistere a dire che indossavo occhiali da sole scuri al Day Hospital perché c’erano troppi giornalisti? (in realtà erano gli unici occhiali graduati che avevo in borsa).

Questa sono io. Così ero io prima del K, così sono ancora adesso. 

Perché il K non è la mia identità e  non la cambierà. Un tumore non  può definire me, semmai sono io che ho dato un ruolo al tumore, e gli ho trovato uno spazio nella mia vita. La vita prosegue per come sono io. E se le cose cambieranno, troverò il modo di farle cambiare rimanendo me stessa.

Ognuno di noi è un mondo a sé, e il tumore non ci appiattisce, non ci fa diventare niente di diverso. Semmai amplifica quello che siamo… e da qui l’importanza di essere e amare sé stessi, di conoscersi ed esprimere la propria vera identità.  Necessariamente e in fretta, prima che accadano cose che equivalgono alla deflagrazione di una bomba dentro la propria vita.

Amo la serenità della meditazione anche perché riporta a galla la mia leggerezza. Nello spazio meditativo, nel respiro controllato, la presenza della malattia si ridimensiona e  quasi mi allena a cogliere quel (poco) che ci può essere di buono anche nel K, non fosse per avere la possibilità di aiutare qualcun altro.

Dove c’è gioco e allegria, c’è creatività, c’è una luce diversa che permette di stare bene con me stessa e con gli altri. E c’è anche la compassione, la voglia di condividere il dolore per alleggerirlo agli altri.

Ho subito notato che concittadini di K-Land e medici restano un po’ interdetti davanti ai miei scherzi.  E’ una terra dove comprensibilmente è molto difficile scherzare e farsi prendere dal gioco,  anche se l’invito arriva da una persona con un tumore addosso. Ho poi capito che  forse c’è solo bisogno di tempo, poi arriva il sorriso e  magari la battuta in risposta. E questo spesso ha cambiato il clima attorno a me.

Insomma, più dimoro in K-Land più mi vengono idee su come fare per aiutare chi ci si trova. Forse è questa la caratteristica di questo mondo. Perdi la certezza di vivere, o meglio scopri che non esiste la certezza di vivere. Ma capisci che c’è la certezza della solidarietà.

PS Ma adesso il dubbio è: quando mi opereranno per il GIST, mi faranno anche una bella addominoplastica e magari un ritocchino al décolleté? L’ho chiesto al chirurgo e mi ha guardata esterrefatto. Mio marito ha scosso la testa… ma so che a lui piaccio così!

 

10 pensieri su “Libel Seva: ONCOLOGICAMENTE GRAVE MA NON SERIA!

  1. L’atteggiamento che descrivi, che é sicuramente difficile da raggiungere (mentalizzare ed elaborare come fai tu è un’operazione mentale che non si improvvisa) é davvero un raggio di luce laser che internamente scalfisce ed attacca K indebolendolo….. continua con il tuo esempio a mostrare agli altri che qualunque possa essere il cammino da compiere e questo vale per tutti, la qualità che doniamo ai nostri giorni li rende speciali. Ps anche io penso che visto che ci sei un ritocchino generale dal chirurgo me lo farei fare…oh siamo donne!

  2. Ti amerissimo Susanna, o Seva o Libe o qualunque nome ti possa inventare, tanto la tua vera identità è questa luce che trasmetti a tutti, durante le lezioni di yoga e in ospedale. Certo che spiazzi con la tua ironia, quelli che cercano il dramma e ci si costruiscono un’identità intorno, non sanno come reagire alla leggerezza. 😍

  3. Essere se stessi. Riaffermare se stessi anche e soprattutto nella malattia. Ne abbiamo parlato molto. Quando si è malati, ci si dimentica di come siamo, e la nostra storia umana diventa la storia della nostra malattia. Si può soffrire di cronopatia ossia l’incapacità di pensare, prefigurare, immaginare il presente
    ed il futuro. La scrittura, la lettura di bei libri (ah Terzani….), il potere benefico delle parole, curano. E si ritorna ad essere noi stessi, a vivere ogni giorno disegnando il futuro. E ridere, riconoscendo il “blues brothers” che è in ognuno di noi canticchiando con Aretha “THINK”!

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