Vally: “L’ANIMALE FERITO SONO IO”

Avevo chiuso la mia storia con Rob circa sei mesi prima che la mia pelle diventasse il registro delle firme del “meglio bisturi d’ Italia” e del serissimo dermatologo. Ero in un certo senso quasi sollevata: Rob non avrebbe retto a questa onda di distruzione, al vedermi trasformata nella sorella minore di Frankestein. Occuparmi  anche e soprattutto di lui avrebbe richiesto superpoteri nel momento in cui mi sentivo una tonnellata di criptonite nello stomaco. Lo spettacolo di un uomo che assiste inerme al tuo can can di operazioni, visite, accertamenti fa quasi più male delle ferite che ti porti dentro e fuori.

Avevo il cuore a pezzi  e non sapevo più nemmeno per cosa.

“Lasciato: salvato…” me lo ripetevo per convincermi, immaginandomelo  come un protagonista di quelle storie un cui perdi l’ aereo per New York ed è l’ undici settembre. Ho sempre amato tantissimo la solitudine e mai come in quel momento avevo bisogno di quel vuoto pneumatico capace di ovattare  la cupa onnipresenza del melanoma nelle mie giornate, in cui anche un “come stai?” diventava automaticamente “per quanto  ci starai ancora ?”

E poi è arrivato lui, anzi: Leo.

Il mio alter ego: poco affettuoso ma a suo modo affettivo, forte e solido, con un coraggio enorme. A lui devo i pochi veri  barlumi di serenità di quei mesi.

Il giorno del secondo intervento me lo ritrovo inaspettatamente  dietro la porta da cui esco fasciata come una mummia 2.0.

“È andato tutto bene, Leo” dico.

“Ti riporto a casa” fa lui, sbirciando discretamente per farsi un’ idea di quanta carne mi abbiano lasciata nella zona operata.

“ no, tranquillo, posso guidare, tutto sotto controllo..” Mentre sparo la balla dell’ anno sfoggio un sereno sorriso alimentato in verità dai residui della narcosi; se non fossi retinata come rollè di carne dubiterei anch’ io di aver vinto un elegante ricamino fatto col filo di sutura, lungo come la mia clavicola.

A svegliarmi definitivamente ci pensano gli assegni che abbandono in clinica. Mentre li compilavo avrei dovuto dire ” ..e per la carne che vi ho lasciato mi dovete tot euro”. Devo assolutamente ricordarmelo al prossimo giro!

Dio benedica il cambio automatico della mia super intelligentissima macchina, che mi consente di guidare con il solo braccio sinistro per sessanta km, fino alla mia tana sul lago. Ho un disperato bisogno di sparire.

Raggiungo finalmente il cancello di casa. Nei fari biancheggia la sagoma di Saturno, il mio pastore maremmano xxxl, l’ unico maschio della terra che ha avuto l’ autorizzazione  a vivere in casa a tempo indeterminato.

Sessanta chili di muscoli e zanne si domandano cosa mi sia accaduto e  delicatamente snasandomi, mi osservano preoccupati: i  pastori maremmani sono cani tutto arrosto e niente fumo. Non ti riporteranno mai la pallina nemmeno nel giorno della tua morte, ma di fronte ad un animale ferito da difendere, arrivano a farsi uccidere. Mi accorgo che la ciotola di cibo e di acqua lasciate al mattino sono ancora intatte. Saturno è sempre stato un cane “telepatico”, ma per questa storia ci vorrebbe un blog a parte.

La sua mega  coda  non si agita  festosa come da contratto, ma rimane sospesa a mezza aria, esattamente come me, incuneata tra la vita che conoscevo e quella che devo affrontare al di fuori di ogni previsione. onno rigorosamente superchimico. Raggiungo il letto, dove con un triplo axel mi sdraio evitando di tirare i punti della ferita. Nell’ oscurità sento il tic-tic delle unghie canine sempre più vicino a me. Fregandosene bellamente  del sommo divieto di ronfare sul mio letto, Saturno sale, si acciambella e starà là finché non mi alzerò l’indomani.

L’ animale ferito da difendere, questa sera sono io.

(continua)

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