Vally “LADY ZOMBIE”

 


Dove sono? Che cosa è successo? Lo specchio impietoso rimanda l’ occhiaia viola mortaccina come ricordo del giorno precedente Mi ci vuole qualche secondo per orientarmi nello spazio-tempo. La  centrifuga  della lavatrice  mi avrebbe lasciato molto meno stropicciata e disorientata di tredici ore di sonno chimico: forse ho alzato un pò il gomito con le benzodiazepine, ma questa volta avevo una buona scusa.  Potrei essere di diritto la coprotagonista di un B-movie tipo“ Lady Zombie contro Maciste”.  Guardo il super cerottone chirurgico fare capolino dalla scollatura e mi soffermo sul fatto che lì sotto c’è ben più che una ferita: c’è la mia ipoteca sul futuro. In fin dei conti è andata bene visto che, sguardo allucinato a parte, le  mie condizioni generali sono buone e non ho gran dolore postoperatorio.

Anzi, proprio nessun dolore.

Dubbio.

Mi avranno realmente alleggerito di una pizza di carne o sono su “Scherzi a parte”? Un’ immagine  attraversa la  mia mente : rivedo er mejio bisturi d’ Italia che dice: “questa mano po’ esse fèro o po’ esse piuma: oggi è stata piuma..!”

Mi viene da ridere, e tacitamente ringrazio lui ed il serissimo dermatologo di avermi salvato la vita.

A ben pensarci, l’ ho sfangata per puro “ fattore Kulo” ( o Kaso, se siete dei signori).

Ho la sensazione di chi, cadendo dal quarantesimo piano di un grattacielo  non si è sfrittellato al suolo perché atterrato su un camion di materassi che passava per caso là sotto. Ora che sono sopravvissuta alla fase taglia-e-cuci-e-ritaglia-e-ricuci, sono consapevole di iniziare la fase più dura: il “dopo”. Mi guardo  allo specchio e, vi giuro, non mi riconosco più: è come se il melanoma mi avesse rimpastato i lineamenti.  E sono altrettanto certa che il mondo si accorgerà ben presto della mia metamorfosi.

“Beh, e cosa racconto a tutti quelli che incontro?” Mi domando, un filo preoccupata.

Decido per la verità: non ha senso nascondersi, non mi appartiene. Purtroppo sono cresciuta a pane e altrui bugie, finendo per diventare allergica ad entrambe. Il sale della verità brucerà pure sulle ferite ma non sarà mai peggio che marcirle nella menzogna. Decido di utilizzare questa  irripetibile congiuntura astrale per dare vita al più ampio esperimento socio-zoologico che io ricordi: da come gli altri si comporteranno una volta ricevuta la notizia, capirò a quale vera specie appartengono. E qui scopro che per tutta la vita ho vissuto senza accorgermene in un grande acquario, pieno di molteplici forme di vita, di seguito elencate.

-I totani: ti guardano basiti e NON capiscono cosa sia un melanoma, cosa comporti, cosa hai fatto. Ovviamente tutto questo dopo averglielo spiegato sei o sette volte in altrettanti modi diversi.

-I pesci volanti: alla notizia saltano via spaventati.

-I merluzzi:  indubbiamente la razza più rappresentata. Leggermente più intelligenti dei totani, capiscono cosa sia un melanoma ma con gli occhi tondi propri della specie ti domandano “.. e adesso che fai?..” (Vi meritate di finire surgelati).

-I pesci pagliaccio: di gran lunga i miei preferiti, sfanculano la mala sorte e si preoccupano solo di farmi morire.. Dal ridere, però!

-Gli squali: si sono presentati appena sentito l’ odore del sangue ed altrettanto rapidamente si sono dileguati avendo capito che non c’ era (più) niente  da spolpare.

-I pesci palla: ti fanno sempre la stessa identica considerazione velenosa come la loro carne: “certo che sei fortunata a poterne parlare”  . Dovrei rispondere: “ma che palle, permetti che mi gratto?”

-I pesci martello: ogni volta che ti vedono ti chiedono se hai finalmente  chiamato quel loro amico/parente/amante che è un bravissimo medico/santone/cassamortaro e “fammisapere” ha più il suono di una minaccia che altro.

-Il pesce imperatore: raro quanto urticante. “Accidenti..ma sono stati bravissimi a fare questo taglio! A che punto sei con la cicatrizzazione? Non hai dolore, eh? Io posso capirti: pensa che all’ età di otto anni mi sono fatto lo stesso taglio scivolando su una cozza  sulla spiaggia di Ostia!” Risposta doverosa:”levami dalle mani la fiocina, o ti ricamo i miei ventisei punti sulla livrea e stiamo veramente pari.

-Il pesce angelo: chiunque abbia avuto il coraggio di offrirmi il migliore degli aiuti che potesse materialmente  darmi.

Ma in fin dei conti il pesce più caratteristico di questo acquario sono io: quello che è rimasto all’ amo di una storia che non poteva prevedere, caduto dalla padella della malattia alla brace di in incognito destino.

Ora posso solo pregare di non finire troppo presto sott’ olio (santo).

(continua)

Libel Seva: ONCOLOGICAMENTE GRAVE MA NON SERIA!

"Hai visto la luce?"
The Blues Brothers – 1980

Avere un tumore non vuol dire perdere la propria identità, ed è stato importante restare me stessa anche nella malattia. Soprattutto, ho voluto mantenere la mia consueta voglia di gioco e di ironia, come fosse una “luce” di benessere per me e per gli altri.

Nonostante tutto, non ho mai perso la voglia di scherzare, di ridere.  Amo l’autoironia e la leggerezza, cerco il gioco, e aggiungo che non mi dispiace l’umorismo un po’ nero.

La seguace dei Blues Brothers che è in me non riesce a prendere troppo sul serio la mia vita (in questo caso neanche la mia morte!). Potevo resistere a dire che indossavo occhiali da sole scuri al Day Hospital perché c’erano troppi giornalisti? (in realtà erano gli unici occhiali graduati che avevo in borsa).

Questa sono io. Così ero io prima del K, così sono ancora adesso. 

Perché il K non è la mia identità e  non la cambierà. Un tumore non  può definire me, semmai sono io che ho dato un ruolo al tumore, e gli ho trovato uno spazio nella mia vita. La vita prosegue per come sono io. E se le cose cambieranno, troverò il modo di farle cambiare rimanendo me stessa.

Ognuno di noi è un mondo a sé, e il tumore non ci appiattisce, non ci fa diventare niente di diverso. Semmai amplifica quello che siamo… e da qui l’importanza di essere e amare sé stessi, di conoscersi ed esprimere la propria vera identità.  Necessariamente e in fretta, prima che accadano cose che equivalgono alla deflagrazione di una bomba dentro la propria vita.

Amo la serenità della meditazione anche perché riporta a galla la mia leggerezza. Nello spazio meditativo, nel respiro controllato, la presenza della malattia si ridimensiona e  quasi mi allena a cogliere quel (poco) che ci può essere di buono anche nel K, non fosse per avere la possibilità di aiutare qualcun altro.

Dove c’è gioco e allegria, c’è creatività, c’è una luce diversa che permette di stare bene con me stessa e con gli altri. E c’è anche la compassione, la voglia di condividere il dolore per alleggerirlo agli altri.

Ho subito notato che concittadini di K-Land e medici restano un po’ interdetti davanti ai miei scherzi.  E’ una terra dove comprensibilmente è molto difficile scherzare e farsi prendere dal gioco,  anche se l’invito arriva da una persona con un tumore addosso. Ho poi capito che  forse c’è solo bisogno di tempo, poi arriva il sorriso e  magari la battuta in risposta. E questo spesso ha cambiato il clima attorno a me.

Insomma, più dimoro in K-Land più mi vengono idee su come fare per aiutare chi ci si trova. Forse è questa la caratteristica di questo mondo. Perdi la certezza di vivere, o meglio scopri che non esiste la certezza di vivere. Ma capisci che c’è la certezza della solidarietà.

PS Ma adesso il dubbio è: quando mi opereranno per il GIST, mi faranno anche una bella addominoplastica e magari un ritocchino al décolleté? L’ho chiesto al chirurgo e mi ha guardata esterrefatto. Mio marito ha scosso la testa… ma so che a lui piaccio così!

 

Vally: “L’ANIMALE FERITO SONO IO”

Avevo chiuso la mia storia con Rob circa sei mesi prima che la mia pelle diventasse il registro delle firme del “meglio bisturi d’ Italia” e del serissimo dermatologo. Ero in un certo senso quasi sollevata: Rob non avrebbe retto a questa onda di distruzione, al vedermi trasformata nella sorella minore di Frankestein. Occuparmi  anche e soprattutto di lui avrebbe richiesto superpoteri nel momento in cui mi sentivo una tonnellata di criptonite nello stomaco. Lo spettacolo di un uomo che assiste inerme al tuo can can di operazioni, visite, accertamenti fa quasi più male delle ferite che ti porti dentro e fuori.

Avevo il cuore a pezzi  e non sapevo più nemmeno per cosa.

“Lasciato: salvato…” me lo ripetevo per convincermi, immaginandomelo  come un protagonista di quelle storie un cui perdi l’ aereo per New York ed è l’ undici settembre. Ho sempre amato tantissimo la solitudine e mai come in quel momento avevo bisogno di quel vuoto pneumatico capace di ovattare  la cupa onnipresenza del melanoma nelle mie giornate, in cui anche un “come stai?” diventava automaticamente “per quanto  ci starai ancora ?”

E poi è arrivato lui, anzi: Leo.

Il mio alter ego: poco affettuoso ma a suo modo affettivo, forte e solido, con un coraggio enorme. A lui devo i pochi veri  barlumi di serenità di quei mesi.

Il giorno del secondo intervento me lo ritrovo inaspettatamente  dietro la porta da cui esco fasciata come una mummia 2.0.

“È andato tutto bene, Leo” dico.

“Ti riporto a casa” fa lui, sbirciando discretamente per farsi un’ idea di quanta carne mi abbiano lasciata nella zona operata.

“ no, tranquillo, posso guidare, tutto sotto controllo..” Mentre sparo la balla dell’ anno sfoggio un sereno sorriso alimentato in verità dai residui della narcosi; se non fossi retinata come rollè di carne dubiterei anch’ io di aver vinto un elegante ricamino fatto col filo di sutura, lungo come la mia clavicola.

A svegliarmi definitivamente ci pensano gli assegni che abbandono in clinica. Mentre li compilavo avrei dovuto dire ” ..e per la carne che vi ho lasciato mi dovete tot euro”. Devo assolutamente ricordarmelo al prossimo giro!

Dio benedica il cambio automatico della mia super intelligentissima macchina, che mi consente di guidare con il solo braccio sinistro per sessanta km, fino alla mia tana sul lago. Ho un disperato bisogno di sparire.

Raggiungo finalmente il cancello di casa. Nei fari biancheggia la sagoma di Saturno, il mio pastore maremmano xxxl, l’ unico maschio della terra che ha avuto l’ autorizzazione  a vivere in casa a tempo indeterminato.

Sessanta chili di muscoli e zanne si domandano cosa mi sia accaduto e  delicatamente snasandomi, mi osservano preoccupati: i  pastori maremmani sono cani tutto arrosto e niente fumo. Non ti riporteranno mai la pallina nemmeno nel giorno della tua morte, ma di fronte ad un animale ferito da difendere, arrivano a farsi uccidere. Mi accorgo che la ciotola di cibo e di acqua lasciate al mattino sono ancora intatte. Saturno è sempre stato un cane “telepatico”, ma per questa storia ci vorrebbe un blog a parte.

La sua mega  coda  non si agita  festosa come da contratto, ma rimane sospesa a mezza aria, esattamente come me, incuneata tra la vita che conoscevo e quella che devo affrontare al di fuori di ogni previsione. onno rigorosamente superchimico. Raggiungo il letto, dove con un triplo axel mi sdraio evitando di tirare i punti della ferita. Nell’ oscurità sento il tic-tic delle unghie canine sempre più vicino a me. Fregandosene bellamente  del sommo divieto di ronfare sul mio letto, Saturno sale, si acciambella e starà là finché non mi alzerò l’indomani.

L’ animale ferito da difendere, questa sera sono io.

(continua)

Libel Seva “K: IL DOLORE DI CHI TI E’ VICINO”

solitarioIl mio tumore ha messo la persona che si prende cura di me, mio marito, nel ruolo di spettatore, passivo e privo di possibilità di agire. Una posizione che porta dolore e sofferenza, ma che spesso non viene riconosciuta dagli altri.

Fin dai primi accertamenti per il mio tumore addominale raro, ho avuto un’unica grande preoccupazione: mio marito. 

Da subito gli ho detto che lui stava peggio di me e ne sono tuttora convinta. Io ho la possibilità di essere accolta e curata, io posso avere un ruolo attivo con yoga e meditazione.  Io posso persino pensare di pacificarmi con l’idea di andare via. 

Invece, mi sono resa conto che mio marito avrebbe vissuto, vive e vivrà la mia malattia da una bruttissima prospettiva: quella del testimone, in totale passività. Come uno spettatore solitario, bloccato  in una posizione, seduto talmente a lungo da trovarsi i popcorn stantii e la Coca Cola sgasata.

L’immagine dello spettatore non è casuale. Mi ricorda quando l’ho visto seduto nelle varie sale d’attesa, dove io continuavo a muovermi e a ridere con le mie amiche in chat. Lui fermo e silenzioso, in un ambiente dove tutti sono fermi e silenziosi. In alcuni momenti credo abbiano scambiato lui per il paziente! E poi lo scontro col suo dolore quando sono rientrata  dalla biopsia: io felice perché mi avevano fatto l’anestesia, perché era passata … e lui  stanco, col viso smunto e triste, dopo un giorno fermo su una sedia, in un day hospital pieno di malati gravi.

Da subito l’ho sentito piangere, disperarsi, ripetere che avevamo progetti, con l’anniversario di matrimonio festeggiato parlando con un chirurgo che lo informava sul mio ipotetico percorso di chemio e radio.

Soprattutto, mio marito è stato in prima linea col resto del mondo. In fase iniziale, a lui è toccato il compito di comunicare la mia situazione a un cerchia più allargata. Col paradosso che con me tutti erano un po’ timorosi, usavano pinze e delicatezze, temevano di disturbare, mi riservavano le coccole e le attenzioni. A lui, invece, riservavano commenti ignobili come “Non mi dovevi dare questa notizia, è terribile, ci sto malissimo“, “Non hanno ancora trovato la causa, possibile? Ma da chi andate?”, e un terribile “Adesso che avete fatto la biopsia, si è sgonfiata questa pancia?”.

Il caso estremo sono prediche pietistiche come “Devi essere forte in questa dura prova, fallo per lei”.  Fino ad anticipare tragici finali da film strappalacrime  “Una bella coppia come voi…. che cosa terribile..”, e il classico “Eravate così felici… vi eravate trovati“. Una menzione d’onore andrebbe data alle proposte di santoni miracolosi  di varie religioni e culture. 

Da subito avrei voluto proteggere mio marito da questo mondo idiota e cieco.  Avrei voluto che ne comprendessero (e ne rispettassero) il dolore. Avrei voluto che gli chiedessero come stava lui, di cosa aveva bisogno, cosa potevano fare per lui. Avrei voluto che lo ascoltassero senza fare domande, cogliendo i suoi silenzi e il suo tono di voce.

A pensarci, avrei anche voluto puntualizzare che non avevo nessuna intenzione di diventare la protagonista di “Love Story 2 – lacrime del terzo millennio”.  Eventualmente, mi sarei sentita più a mio agio nel ruolo di fata ignorante in un remake di Ozpetek.

Alla fine, è esplosa la mia rabbia.  Nonostante l’addome immenso e le ore di meditazione, ho intentato sfuriate ogni volta che qualcuno era indelicato con lui.  Con l’effetto che mio marito ha dovuto anche mettersi ad arginare le mie minacce, espresse da frasi come: “Dopo quello che TI ha detto,  SE MI ENTRA IN CASA LO COPRO DI INSULTI!“. Oppure, tentare di parlare con i miei urli in sottofondo: “PASSAMELA!! Ci parlo io, ma come si permette?”. Infine, decidere di farmi sparire il telefono: “Adesso LI CHIAMO IO e vediamo se hanno in coraggio di  proporre A ME il Santone mirabolico”.

In quei momenti  ho sperimentato una rabbia incontenibile, che mi stupiva, ma di cui solo ora capisco il significato e il valore. E’ stata una rabbia necessaria, perché ha avuto l’effetto di distrarre mio marito dalla disperazione. Per affrontare le mie scenate, lui ha dovuto accantonare le sue lacrime e il suo dolore, e,  ben infastidito, ha dovuto rimettere i piedi nel qui e ora, nel nostro quotidiano. Mi ha fermata parecchie volte per evitare incidenti diplomatici di vario livello (e qui si che ci sarebbe stata una bella trama di film!). Per la cronaca, alla fine mi ha consentito solo qualche messaggino, persino diplomatico.

Ho capito che la cura funzionava grazie al suo sorriso che piano piano ritornava… e le nostre discussioni che riprendevano temi classici coniugali come le mille tazze che spargo per casa. Per poi lasciare solo la voglia di vivere al meglio il nostro quotidiano. K esiste, ma non governa! 

Libel Seva “GIST, IL MIO TUMORE RARO”

jack in the box

L’esito della biopsia rivela che la mia massa è un tumore raro gastro-intestinale, , della famiglia dei Sarcomi, chiamato GIST. Prendo le prime informazioni, poi decido di concentrarmi su di me.  E’ cambiato tutto, ho una nuova identità da scoprire. La meditazione diventa parte della mia cura.

Come un pagliaccio grottesco che salta fuori dalla scatola, arriva il mio verdetto con una telefonata improvvisa. La biopsia ha deliberato che la massa di 30 cm dentro di me è un GIST, descritto in sintesi come un tumore gastrointestinale raro.  I dettagli  (e la terapia!) mi verranno dati alla prima convocazione oncologica, di li a pochi giorni.

Respiro, chiudo gli occhi, c’è un pagliaccio dallo sguardo beffardo che, sovrastandomi, mi da  ufficialmente il benvenuto: sono diventata un’abitante di K-land. 

Poi ripenso al verdetto e mi chiedo “Ma che K…. è un GIST?”.  

Un amico medico, compagno di lunghi allenamenti da maratona, si offre per  cercare informazioni dettagliate.  Dopo poco, mi invia il link al sito di una marca sportiva italiana che, ironia della sorte, ha proprio il nome della mia diagnosi. Mi conosce bene, e sa che la shopping therapy in questi casi è fondamentale!

Per sapere qualcosa subito  sono  costretta a interpellare il Dr Google (anche se sarei assolutamente contraria ai consulti medici con motori di ricerca).  Provo a muovermi in modo metodico: cerco delle linee guida autorevoli, arrivo al sito dell’Associazione Italiana Oncologia Medica  e scorro rapidamente un ricco PDF dove si parla di anche GIST.  Cerco informazioni  “dalla parte del paziente”, e  trovo l’Associazione Italiana Gist onlus , che offre un sito chiaro e ricco, con video ben esaustivi.

In poco tempo riesco a darmi le due  risposte di cui ho bisogno in questo momento:

  1. Ma allora cosa ho? Cara Libel, hai un  Gastro Intestinal Stromal Tumor, tumore della parete dell’apparato gastro intestinale.  A quel che ho capito, forma una massa che invade l’addome ma resta estranea agli organi. Ecco spiegata quella presenza di 30 cm con ciambella attorno all’addome,  ed ecco spiegate le mie analisi perfette.
  2. Ma si può fare qualcosa?  Si, incredibilmente si! Esiste una chemioterapia orale  specifica per ridurre la massa quando è troppo grande  prima di rimuoverla chirurgicamente.

Sospiro di sollievo, sorrido, lo scenario è cambiato di botto. Il fattore  K è conclamato, ma almeno c’è qualche possibilità di darsi da fare.  Tutto sommato, quel pagliaccio sembra avere portato anche qualche buona notizia….

Chiudo il tablet. In questo momento iniziale, non voglio sapere altro.  Non so cosa altro ci sia da cercare, è già abbastanza duro  dover digerire la notizia della K…

Da pochissimo sono entrata in una nuova terra, e già mi sento letteralmente estranea a quello che sono, o meglio, a quello che ero. Guardo le foto delle mie gare, quella con mio marito alla Capanna Margherita, guardo le foto con mio figlio piccolo, ma non mi riconosco.

Devo ritrovarmi.  Penso che è il momento di mettermi a studiare ME STESSA, è  ora di iniziare a conoscere la nuova Libel Seva, quindi voglio:

… osservare con quali pensieri mi sveglio e mi addormento
… scoprire cosa ho voglia di fare e dire
… capire con chi ho voglia di stare
… trovare i miei ritmi nuovi
… fare tutto quello che mi da benessere
… vedere come reagisce il mio corpo alla cura e alla malattia

Soprattutto, voglio pensare al futuro prossimo.  

Per scoprire tutto questo, non ho bisogno di parlare con nessuno: la massima esperta sono io. Devo navigare dentro di me, devo ascoltarmi.  La meditazione è parte della mia cura, è l’unico modo di ritrovare me stessa.  Il mantra di guarigione RA MA DA SA sarà il mio motore di ricerca. 

 

 

 

Vally “IL VERDETTO SULLA PELLE”

Mi hanno appena operato. Intravedo il mio neo sul fondo della provetta per l’ esame istologico ed ho la netta sensazione che, da adesso in poi, le rotte della mia vita dovranno orientarsi secondo una nuova rosa dei venti. Non più quattro punti cardinali, ma uno solo, punto unico Kardinale, ovvero il Fattore K: da qui transiterò per le mille strade che mi indicherà , senza poterne eludere mai nessuna; un immeritato  ponte levatoio inesorabilmente sollevatosi alle spalle, che mi lascerà impotente sull’ altra riva del fossato. Mi sento come una farfalla che, finita sul fondo di una bottiglia, sbatte spaventata contro il vetro nella speranza di poterne uscire: ma dal regno di Fattore K non si torna più indietro, anche se si ha l’onore di poterlo raccontare, come nel mio fortunato caso.

Cinque giorni dopo l’ intervento sono già tornata al posto di combattimento ( fa anche rima!).

Guido per andare ad una riunione,  quando l’abbaio del mio cellulare echeggia nell’ abitacolo della mia super intelligente  macchina che risponde per me.

Il viva voce diffonde le parole del serissimo dermatologo.

“Melanoma”.

Pausa.

“Me lo aspettavo” rispondo, senza provare il benchè minimo stupore di fronte alla parola più importante della mia vita.

“Dobbiamo programmare un secondo intervento, per fare una pulitura radicale nella zona in cui abbiamo già levato il neo, questa volta però non sarò io ad operare” mi avverte.

“Voglio il miglior bisturi d’Italia”  ascolto la mia voce che non è più la mia.

“Lo avrà.”

Chiudo la telefonata ed accosto la macchina.

Guardo fuori dal finestrino, mi accorgo solo allora di che colore sia il cielo. Le nubi sono alte e luminose.

Le tante macchine che mi sfrecciano accanto non sapranno mai cosa é appena accaduto in quella  ferma nella corsia di emergenza. Poggio la testa contro il vetro e per un attimo, il primo della mia vita in diciassette anni di lavoro, gli impegni dei prossimi centoventi minuti non sono una priorità vitale.

“..Meno male che non ho figli..” la mia prima riflessione  ufficialmente giunta nel regno di K. La vocazione alla maternità  mi alletta meno di un autovelox dietro una curva, eppure questa è la prima minchiata che mi viene in mente.

Che buffo, non so quanto tempo ho prima di trasformarmi in concime da orto e penso alla fortuna di non lasciare nessuno in difficoltà per la mia ipotetica  dipartita anticipata .

Che buffo, una vita in mezzo alle medicine e mi faccio venire un tumore per il quale farmaci e radioterapia sono una probabilità, non una certezza .

Non è un caso, forse.

Riaccendo il motore. Non voglio fare tardi alla riunione, nemmeno oggi.

Mi asciugo gli occhi, e guardandomi nello specchietto mi sembro la sorella povera del cantante dei Kiss, per quanto rimmel sia scolato insieme alle lacrime sulla pelle del viso.

Già… sulla pelle, quel foglio le cui pieghe stanno raccontando una vita e sul quale ho visto scritto a tradimento il mio verdetto.

(Continua)

(per fortuna…)

Libel Seva “COME UNA BOMBA K”

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L’enigma della massa invadente di 30 cm apparsa improvvisamente nel mio addome non si chiarisce neanche con la TAC, ci vuole la biopsia. Sono sotto l’effetto di una bomba K! Intanto la meditazione continua a sostenermi con un mantra di guarigione.

Adesso il clima è cambiato, non si programma una biopsia per niente.  La lettera K viene conclamata nei nostri discorsi , anche se io non la uso ma parlo della “mia bomba nucleare”, perché mi ha distrutto tutto nel giro di poche settimane.

Persa la massa muscolare, stando ferma a letto sono restate solo ossa visibili e pelle cadente. Persa la pratica yoga quotidiana e l’attività fisica, la corsa, la montagna. Persi i progetti, i viaggi, persi i luoghi dove insegnavo yoga. Persa la mia energia.

Persi i miei valori, la cosa più dolorosa: perché, ad esempio, non posso più essere l’ambientalista che usa solo mezzi pubblici e bici pieghevole, la massa addominale mi obbliga a spostarmi solo in auto,  anche per brevissimi tragitti.

Persi gli abiti, che non mi entrano più per l’addome immenso. Indosso le magliette di mio figlio gigante, e quasi mi sembra di stare nel suo abbraccio. Per le poche uscite, mi viene in soccorso la mia fashionista, l’amica che conosce i miei gusti, portandomi una borsona di ponchos e mantelline chic incredibilmente colorate, lei che vive in total black.

Inutile dire che, in questa fase, sembra anche persa la vita. Mi è stato ufficiosamente ipotizzato un percorso chemio/radio/operazione/chemio/radio.. Ma con una massa (atomica) di 30 cm nella pancia non c’è molto da sperare. 

Cambia la musica anche nella meditazione: inizio un mantra di guarigione per ore e ore, da sempre uno dei miei preferiti. RA MA DA SA, SA SE SO HUNG (sole terra luna infinito, infinito io sono te), con  i gomiti poggiati ai fianchi e le mani aperte, per ricevere. Lo vibro pensandomi rigenerata, sentendomi parte di qualcosa più grande di me, in un flusso che accetto anche se non ne so la direzione. E anche se mi sembra simile al vento che segue l’esplosione nucleare.

Vado alla biopsia con questo senso di rigenerazione, e anche stavolta finiscono con distrarmi le mie pazze paure irrazionali. Comincio a chiedere ansiosa se mi faranno l’anestesia, e sono anche insistente: Prevista l’anestesia? Sicuri? Davvero? Se portassi io una fiala di anestetico? Chiamo un amico veterinario, anche se a uso animale va bene, vi firmo uno scarico di responsabilità! Insomma, sono pronta a fare un chiasso tale che credo finirebbero col darmi una botta in testa con una padella pur di non sentirmi. L’infermiera mi guarda perplessa..

Scopro che la mia biopsia è alle 16.00, sono a digiuno dalla sera prima e verso le 12.00 dichiaro che STO MORENDO DI FAME!!! Imploro di avere qualcosa, almeno un sorso d’acqua ma niente… Arriva il mio turno, l’anestesia c’è e la biopsia mi sembra una passeggiata – anche se il mio mantra continuo a cantarlo quasi a squarciagola. Il taxi (sedia a rotelle) mi riporta al reparto e ho già, metaforicamente, il tovagliolo attorno al collo! MA ci sono ancora due ore di attesa per un emocromo di controllo…. non ce la posso fare. Alle 19 mi sdoganano il cibo, e finisco col fare, di fila, una merenda doppia, la cena ospedaliera, e  per concludere, una cenetta col maritino al nostro giapponese preferito!

Perché è vero che il fattore k è qui, presente e incombente, e la mia bomba k può esplodere. Ma intanto io ci sono, sono qui, ho ancora fame e una zuppa di miso non me la toglie nessuno! (..continua)